Molto si potrebbe dire su Malec, penultimo episodio della prima stagione di Shadowhunters. In preparazione di un finale che avrà, di fatto, l’ingrato compito di conferire una coerenza a una prima tranche di puntate frammentaria e qualitativamente deludente, gli autori sembrano infatti voler puntare su ciò che ha costituito, finora, il punto di forza della serie Freeform: la conoscenza di sé stessi, tema se non altro attinente all’età anagrafica dei protagonisti della storia. E lo fanno focalizzando l’attenzione sulla nascita di una love story ben nota agli appassionati dei libri di Cassandra Clare, già esplicitata sin dall’emblematico titolo.

In una serie che ha da subito rielaborato con spavalda libertà la saga letteraria da cui è tratta, uno dei pochi punti fermi e pressoché intoccabili della trama – nonché uno degli spunti narrativi più interessanti, a prescindere dalla qualità di trattazione dell’argomento – è la drammatica presa di coscienza, da parte di Alec Lightwood (Matthew Daddario), della propria omosessualità. Sebbene i percorsi sentimentali del giovane parabatai di Jace (Dominic Sherwood) seguano linee non sempre coerenti, la scena del bacio platealmente stampato sulle labbra di Magnus Bane (Harry Shum Jr.) durante un matrimonio prevedibilmente interrotto conserva, comunque, un proprio innegabile impatto.

Delude, piuttosto, essere arrivati a tale sequenza senza la creazione di un vero e proprio tessuto emotivo, in una climax quasi impercettibile che, diciamocelo, avrebbe potuto offrire un coinvolgimento assai maggiore allo spettatore. La sofferenza di Alec viene vissuta attraverso le parole e mai attraverso i gesti, la chimica con Magnus ci viene raccontata da coloro che vi assistono ma non è stata, di fatto, mai realmente costruita. Nessuna tensione sessuale né romantica era stata mai trasmessa dalla coppia, tanto che l’impressione, al di là delle chiare intenzioni degli autori – in linea, giustamente, con i romanzi d’origine – era che l’eccentrico Magnus avesse preso un grosso abbaglio.

Discorso diverso meriterebbe il legame tra Alec e Jace, tratteggiato con mano più attenta e verosimile, seppur nelle sue tinte non sempre leggibili. La relazione fraterna, adombrata di passione omoerotica troppo a lungo repressa e, oltretutto, non contraccambiata, ha costituito una solida base con cui il lezioso corteggiamento di Magnus ha fatto attrito sin da subito, in un gioco di pesi rivelatosi, fino a questo momento, decisamente a sfavore dello stregone. Eccoci quindi testimoni di una maturazione a lungo attesa, quella di Alec, compiuta però attraverso passi frettolosi e narrativamente poveri, quando non respingenti.

La creazione di un substrato emotivo è la conditio sine qua non che decreta la differenza tra un racconto e una sequenza evenemenziale: duole constatare come, ancora una volta, Shadowhunters non sia assolutamente in grado di compiere il salto necessario per appassionare realmente il proprio pubblico, anche in presenza di topos drammatici di un certo peso, sia esso l’ombra di un inconsapevole incesto o la scoperta di una sessualità troppo a lungo repressa.