Eccoci arrivati: dopo un lungo penare, dopo un’altalena snervante tra pochi momenti di reale pathos e troppi stagnanti interludi zeppi di eventi irrilevanti, Shadowhunters è giunta alla conclusione di una prima stagione che ha lasciato l’amaro in bocca a molti, e non tutti appassionati della saga letteraria d’origine. L’ultimo passo prima di una pausa che, ci auguriamo, porterà un minimo di buon senso nelle sceneggiature della prossima tranche d’episodi, è rappresentato da Stella del Mattino, epilogo solo in parte convincente che riconferma punti di forza e debolezza della serie Freeform.

Come visto nell’episodio forse più inspiegabilmente osannato di questa prima stagione, Malec, anche qui momenti pregni d’una potenziale carica emotiva fuori dal comune finiscono per risolversi in una bolla di sapone, appiattiti inesorabilmente da un’incuria sceneggiatoriale imperdonabile per un prodotto dalle ambizioni, sulla carta, piuttosto epiche. All’evidente inadeguatezza tecnica (gli effetti visivi continuano a brillare in negativo per dozzinalità) fa da contraltare una superficialità non solo emozionale, ma anche narrativa che fa perdere quota a un epilogo che avrebbe potuto risollevare non poco le sorti di Shadowhunters. Se il passaggio di Jace al lato oscuro paterno – o presunto tale – offre a Dominic Sherwood la possibilità di mettere in luce doti attoriali finora, non neghiamolo, rimaste piuttosto in ombra, la coercizione del giovane pone una serie di dubbi sulla strategia intrapresa dall’apparentemente spietato Valentine (Alan Van Sprang): perché esigere, al proprio fianco, un figlio finora dimostratosi il più acerrimo dei nemici? Cosa si cela dietro l’avvicinamento coatto di una probabile serpe in seno, dopo essersi finalmente impadronito della tanto ambita Coppa Mortale?

I dubbi restano e, se saremo abbastanza fortunati, potranno trovare risoluzione nella prossima stagione. Nell’attesa, ci limitiamo a osservare un mutamento di equilibri che, va detto, rimescola le carte in modo quantomeno curioso. Rotta l’alleanza tra vampiri e cacciatori di demoni, la posizione di Simon (Alberto Rosende) si fa certo più complicata di quanto non lo sia stata finora; e i prodromi della sua relazione con Clary (Katherine McNamara) non fanno ben sperare, pervasi sin d’ora dal profumo dolce ma fasullo del ripiego. E non va poi tanto meglio a Magnus (Harry Shum Jr.) che, all’indomani del clamoroso matrimonio mancato di Alec (Matthew Daddario), si trova a dover giustificare il proprio ingombrante passato amoroso con Camille (Kaitlyn Leeb) per non perdere l’ancora traballante interesse della sua nuova fiamma, a sua volta alle prese con la scontata irritazione materna per un coming out tanto memorabile quanto imbarazzante per il Conclave.

Amori a parte, le schiere dei nostri eroi ritrovano, con il tanto anelato – benché, ancora una volta, poco emozionante – risveglio di Jocelyn (Maxim Roy) un membro rilevante, che rappresenta idealmente e praticamente l’esatta controparte di Valentine, con al fianco Clary laddove il perfido marito può vantare l’appoggio – seppur poco convinto – di Jace. Lo scontro tra le fazioni si configura quindi, già da ora, come uno scontro tra ex amanti, allontanatisi non per il naturale declino del sentimento, ma per una sventurata coincidenza di forze superiori apparentemente incontrastabili, siano esse la germinazione della follia di Valentine o la scoperta di un legame di parentela ancora, in realtà, tutto da dimostrare.

Le premesse per un ritorno sugli schermi che corregga il tiro rispetto alla caotica superficialità di questa prima stagione ci sono tutte; il margine di miglioramento della serie ricade quindi interamente sulla sensibilità degli autori e, cosa non da poco, sulla loro capacità di ascoltare le lamentele di un pubblico rivelatosi più esigente di quanto Freeform avesse inizialmente previsto. Perché sì, è pur vero che le performance del cast hanno raramente brillato, così come l’aspetto estetico è risultato costantemente votato alla sciatteria più risibile: ma il peccato mortale di Shadowhunters risiede nell’incapacità di trasporre in dialogo e azione il mondo sentimentale di protagonisti tanto travagliati. Qualora ritrovasse, nella seconda stagione, la smarrita – o meglio, mai posseduta – bussola dell’emotività, la serie potrebbe finalmente puntare ad affrancarsi dalla staticità interna che impedisce, di fatto, di appassionarsi davvero alle sorti dei suoi protagonisti. Se la notte porta consiglio, la speranza è che le molte notti che separano l’inizio della prossima serie di puntate possano rischiarare il buio creativo che troppo spesso ha occluso la visione degli autori di Shadowhunters.

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