I sogni dei Gallagher, come sempre, hanno la misura del mondo in cui vivono. O di quello in cui sono nati. La grande casa in particolare, che pure diventerà un elemento centrale ad un certo punto della sesta stagione, come la Tana a cui tornare e in cui rifugiarsi in ogni momento, sicuri di trovarvi un porto franco di fronte a qualunque peccato si possa aver commesso. Dopo una stagione convincente solo a tratti come quella dello scorso anno, Shameless è tornato a crescere. La serie di Showtime lo ha fatto liberandosi di alcuni rami secchi, personaggi che non avevano più nulla da dire (Sammi e Sheila), e concentrandosi solo sul nucleo storico dei Gallagher, con Kev e Vi (e Svetlana!) a fare da contraltare leggero sempre e comunque. Non tutto è perfetto, ma Shameless ormai ha raggiunto quella particolare soglia che gli permette di sopravvivere anche al di là dei normali ritmi televisivi, ai quali però si adegua sempre, grazie all’affetto sincero verso i protagonisti.

Ci sono due forze ricorrenti e contrastanti che si sviluppano lungo il corso delle dodici puntate andate in onda. Da un lato, la voglia di emancipazione da parte dei vari Gallagher, che un po’ per sfortuna, ma soprattutto per colpe loro, non si realizza mai pienamente e li respinge con ondate furiose sulla riva dalla quale erano partiti. Dall’altro, i mutamenti intorno a loro, che si traducono in più di un riferimento velato alla gentrificazione e al tempo stesso mettono in crisi le certezze (anche quelle negative!) che quella stessa riva offriva un tempo. Quest’ultimo in particolare è un tema che tornerà tanto nella surreale storyline delle due lesbiche appena trasferitesi nel quartiere che si scontrano con un greco rumoroso e incivile, ma anche in quella degli hipster che frequentano con assiduità il bar di Kev, per non parlare della possibilità di perdere la casa in favore di una classica famiglia borghese.

Al centro di queste due forze che attraggono e respingono, rimangono dei protagonisti più spaesati del solito, con sempre più anni alle spalle e sempre meno punti di riferimento. Fiona continua suo malgrado il lavoro a tempo pieno di sorella-madre per tutti gli altri, ma come nelle ultime stagioni cerca di ritagliarsi uno spazio per se stessa, per la sua crescita professionale, per ottenere qualche raggio di luce nella sua vita. E, purtroppo, non ci riesce. Per lei la stagione si chiude su note decisamente più drammatiche di quelle che l’avevano aperta, con il suo rapporto con Sean pronto a tradursi nel più classico dei matrimoni felici dopo essere passati per la più romantica delle proposte. Evidentemente così non sarà. Frank ci mette del suo, come sempre, per rovinare il momento (pur sapendo che in fondo ha fatto del bene a Fiona, è difficile non vedere il suo come un gesto egoista), ma non possiamo fare a meno di pensare che l’infelicità, e soprattutto l’insoddisfazione, siano degli elementi connessi alla natura di questi personaggi.

Ne è emblematico il percorso di Lip. Che rimane il più intelligente e dotato della famiglia e che proprio per questo fa rabbia nel momento in cui decide stupidamente di gettare tutto all’aria. Anche nel suo caso il gene Frank, o meglio il gene Gallagher, avrà la meglio e un futuro positivo diventa un binario morto: il suo è un po’ un Will Hunting che segue il percorso opposto. I Gallagher non sono tutti uguali ai nostri occhi. Personaggi come Fiona, Lip, Ian sono più protagonisti – forse perché più veri – rispetto ai vari Frank, Deb, Carl. Quando qualcosa accade a questi ultimi, è difficile vederlo come un qualcosa che ha valore di per sé, piuttosto che come qualcosa che analizziamo in rapporto all’intera famiglia. La vicenda di Carl è divertente e perfettamente in linea con serie e personaggio, ma è anche troppo assurda per coinvolgerci davvero nel momento in cui arrivano i risvolti tragici.

La gravidanza di Deb poteva essere un’idea interessante per sviluppare il personaggio, ma è un po’ difficile farlo se si prendono decisioni come quella di far girare la ragazza in metro con un sacco di farina. Non si può fare una colpa alla serie se decide di raccontare un personaggio immaturo e antipatico, ma al tempo stesso la voglia costante di urlarle addosso non aiuta l’empatia. Quella stessa empatia che sarebbe tanto semplice provare per Ian, personaggio che, dopo un breve ma dovuto incontro con Mickey, gira un po’ a vuoto (ma anche questa è una fase che sta attraversando) fino a trovare qualcosa: un legame? Uno scopo? Difficile a dirsi, ma, considerando lo stato di abbandono e incertezza in cui versano tutti i protagonisti alla fine della stagione, è già qualcosa.