Per chi ha seguito bene Vikings in questi anni, l’idea di un salto temporale non era tanto una questione di se ma di quando sarebbe accaduto. Nel flusso storico sporcato di mitologia come quello lungo il quale si muove la serie di History Channel non c’è spazio per una visione ristretta, e l’idea stessa di saga si sposa con l’esigenza di allargare le maglie della narrazione tanto geograficamente quanto storicamente. In una prima parte di stagione che ha prediletto soprattutto il primo di questi ultimi due aspetti, allargando la sua visuale a buona parte dell’Europa del nord, lo stacco brusco di alcuni anni e l’introduzione di nuovi protagonisti rappresenta il degno coronamento di una serie che da sempre tende alla grandezza. The Last Ship non è solo il miglior episodio della finora non esaltante quarta stagione, ma è anche la grande occasione della serie per ripartire da zero e diventare il più degno epigono di Game of Thrones.

La divisione in due parti dell’episodio non potrebbe essere più netta. Riprendiamo da dove eravamo rimasti, con le navi della flotta vichinga, opportunamente modificate per favorire i combattimenti corpo a corpo, che si scontrano con i Franchi guidati da Rollo. Una lunga sequenza d’azione, solo brevemente interrotta da un’incursione alla corte dell’imperatore, che sviscera tramite l’azione e non più i dialoghi le emozioni rimaste sopite da tempo. Nel fragore delle spade e delle navi che cozzano l’una contro l’altra trovano sfogo la frustrazione di Ragnar, tradito in modi diversi da Rollo e Floki, la rabbia di Floki, che al fianco di nuovi compagni ha trovato una nuova ragion d’essere, il dolore di Bjorn, diviso tra l’ammirazione per il padre e la consapevolezza di non poter più fare del tutto affidamento su di lui, il riscatto di Rollo, che ha trovato il ruolo di guida cui sempre aspirava nell’ultimo luogo in cui avrebbe creduto di trovarlo.

L’azione, oltre ad essere ben coreografata e a restituirci l’impressione di uno scontro di una certa grandezza, funziona perché è veicolata, come detto, attraverso personaggi e caratterizzazioni finalmente riconoscibili. Rollo che sventra un soldato che suggerisce la ritirata, Ragnar che urla di portare lontano Lagertha ferita anche se nessuno può sentirlo, Floki che invoca la maledizione degli dei sul nemico. Uno scontro corale di menti e di corpi in cui, magicamente, solo le comparse vengono uccise (considerato lo stacco temporale si poteva pensare a qualcosa di più drammatico). In ogni caso va bene. È un Vikings che torna a se stesso, al nucleo storico dei personaggi e alle loro motivazioni, senza bisogno di digressioni che non aggiungono nulla alla trama come le tante che abbiamo visto nelle ultime puntate (per dirne una, Roland e Therese vengono uccisi dall’imperatore, ultimi stralci di un intero segmento inutile).

In mezzo alla bolgia della battaglia si sollevano le solite perplessità sul valore del sovrannaturale in questa serie. Esiste o non esiste? Le lacrime della statua della Vergine e i lamenti del veggente a Kattegat ci suggeriscono qualcosa, qualcosa che però non viene mai approfondito o confermato. Forse perché la credibilità della serie ne risentirebbe? Può darsi, ma a quel punto perché inserire questi momenti?

E veniamo al salto temporale. La stagione in corso è stata divisa in due parti, e il secondo arco di episodi partirà tra qualche mese, ma si tratta di una pura convenzione. In realtà Vikings non aveva mai usato una cesura così forte, e al momento della ripartenza dovremo fare i conti con una serie profondamente diversa, con nuovi personaggi, motivazioni e conflitti. Ubbe, Hvitserk, Sigurd e Ivarr sono cresciuti, Bjorn appare più grande, Ragnar è scomparso all’indomani della sconfitta di Parigi, Floki ed Helga (da sottolineare una splendida idea di regia che gioca sulla prospettiva dei modellini di navi in acqua) appaiono più sereni e ansiosi di viaggiare fino al “misterioso” Mar Mediterraneo. Su tutto questo equilibrio di eventi e situazioni si abbatte la più classica delle rivelazioni utili a far ripartire la storia, il che è indicativo di come tutto sia trattato come un nuovo pilot.

Giunge la notizia dell’esistenza di Magnus, il figlio bastardo di Ragnar cresciuto in Wessex, e la conferma della distruzione degli insediamenti vichinghi sul territorio. La rivelazione diventa la chiave della grande conversazione che ci introduce i quattro figli ormai cresciuti e i relativi interpreti. Senza dubbio spiccano Ivarr e i suoi occhi di ghiaccio. L’ambizione e la freddezza che leggiamo nel suo sguardo al di là della sua menomazione lo rendono il perno su cui ruota l’intero conflitto e lo mettono in prima linea tra i protagonisti dei prossimi episodi. Peccato allora per il ritorno di Ragnar.

Nemmeno il tempo di stabilire l’allontanamento improvviso e ingiustificato del personaggio, e quindi di assaporare le potenzialità di una serie senza la sua ingombrante presenza, che Vikings fa un passo indietro e si rifiuta di costruire qualcosa senza Travis Fimmel. Che nell’occasione si riscatta con un monologo tra i migliori – se non il migliore – pronunciato dal personaggio nella serie, ma che non ci toglie del tutto l’amaro in bocca. Il ritorno di Ragnar poteva essere un grandioso colpo di scrittura se giocato più avanti. Qui invece la sensazione è che si sia voluto fare troppo tutto in una volta.

Un midseason finale che permette alla serie di chiudere su note molto più alte e ottimiste di quelle che abbiamo ascoltato per dieci episodi. Giunto all’appuntamento più importante Vikings non ha fallito e ha riacceso un interesse che credevamo di aver perduto.