The faith and the crown are the two pillars that hold up this world. One collapses so does the other.

Così come ci viene narrato, il mondo di Game of Thrones è un mondo che tende al cambiamento, che poi a pensarci bene è una delle caratteristiche irrinunciabili di ogni storia fantasy che si rispetti. Non si tratta mai di vedere una semplice fotografia di un mondo immaginario, si tratta di narrare eventi straordinari in un contesto ordinario. Si presenta un mondo, una storia, un ordine delle cose più o meno immutato per lungo tempo, e poi lo si distrugge, godendo del piacere di una Storia – per quanto una storia inventata – che si realizza in quel momento, e che non sappiamo dove ci porterà. Questa sarebbe una riflessione valida per ogni episodio di Game of Thrones. In Blood of My Blood ci interessa portarla a galla perché funzionale all’idea di mutamento di potere raccontata.

Un’idea di potere che ci è stata solennemente presentata come tradizionale, legato al nome della famiglia (“It’s the family name that lives on”), un’obbedienza che si giustifica da sé. Quest’idea non viene mai del tutto superata – il nome della persona è molto importante – ma non basta più. Il mondo di Westeros e Essos si appoggia allora ad un’idea che dovrebbe aver superato da un po’, quella di un potere carismatico, legata alla forza dell’individuo in grado di emanare forza e creare consenso. Questo perché, con tutto il realismo e la crudeltà del caso, Game of Thrones mantiene un tono epico da cui discende in modo automatico la visione dell’eroe – con il suo classicissimo “cammino” – che deve realizzarsi da sé pur partendo da nobili origini.

Questa piccola parentesi era utile a dare un po’ di respiro ad un episodio magari non di transizione, che è una descrizione che vale in fondo per ogni puntata, ma nel quale si prepara il terreno per eventi che arriveranno presto. C’è molta costruzione, molta attesa, e molti ritorni di personaggi che non vedevamo da tempo. Il primo di questi è Benjen Stark, Guardiano della Notte dato per disperso oltre la Barriera da lunghissimo tempo. Lo ritroviamo a salvare in modo provvidenziale Bran e Meera dopo il sacrificio di Hodor e la fuga dagli Estranei.

La rivelazione della sua identità non è una sorpresa. Il taglio degli occhi è molto riconoscibile e in mancanza di alternative poteva trattarsi solo di lui. Molto più interessante il suo racconto su come i Figli della Foresta l’abbiano riportato indietro dalla morte. Da un maestro all’altro, l’addestramento di Bran, che ormai è a tutti gli effetti il Corvo a Tre Occhi, continua. E vale la pena sottolineare la fiducia della serie nel porci di fronte ad un velocissimo recap di eventi del passato, mai visti ma solo narrati. Tra questi la costruzione dell’Altofuoco, l’uccisione di Aerys, il Re Folle, da parte di Jaime, che aveva ragione quando affermava che le sue ultime parole erano state “burn them all”, ma anche il massacro degli Stark, che Bran è costretto a subire nella sua mente.

In questo lo leghiamo ad Arya. Anche lei ha dovuto rivivere, sotto la forma della rappresentazione teatrale, gli ultimi eventi burrascosi vissuti ad Approdo del Re. Il suo addestramento, a quanto pare, è arrivato alla fine. Arya è stata spinta avanti e indietro, finché ha capito di non poter rinunciare né al suo nome né a quello delle persone a cui da molto tempo promette morte. La parentesi dei teatranti è solo un piccolo espediente – più riuscito questa settimana – per allontanare definitivamente la Stark dai servi del Dio dai Mille Volti. Jaqen (chiamiamolo così) prende atto del fallimento, e decide per la morte di Arya.

Strana vicenda questa. Dietro tutti i loro tormentoni e i loro poteri, i servi del Dio dai Mille Volti si sono rivelati essere proprio questo: servi. Sono dei sicari che dovrebbero essere più liberi grazie alla loro mancanza d’identità, e invece è proprio questo non essere nessuno a intrappolarli. Ora, finché Arya seguiva un addestramento potevamo immaginare che questo l’avrebbe riportata a casa, nella trama principale, ma dato per scontato che non tornerà sui suoi passi, ci chiediamo cosa avverrà. Nel caso di uno scontro risolutivo con “l’addestratrice” avremmo voluto vederlo in questa puntata stessa, anche per avere un senso di chiusura.

La vera sorpresa della puntata è il segmento di Sam e di Gilly. Francamente l’idea di una tappa a casa Tarly non era molto entusiasmante, e invece la scena della cena è uno dei momenti migliori, più sentiti e comunicativi dell’episodio. C’è vergogna, pietà, ma soprattutto rabbia nel vedere come la persona più eroica a tavola venga trattata come un vigliacco. Ogni personaggio coinvolto ne esce esaltato nelle sue caratteristiche fondamentali. Odiamo profondamente Lord Tarly, ultimo di una serie di pessimi genitori apparsi nella serie, apprezziamo Gilly più di quanto avessimo mai fatto finora, perfino il fratello un po’ idiota e borioso di Sam riesce ad emergere. Rapido e indolore, il segmento passa consegnandoci due personaggi un po’ più forti, e una nuova spada in acciaio di Valyria. Sam poi è a modo suo un esempio in quel passaggio di potere che dicevamo. Il nome della Casata spetterebbe a lui per tradizione, ma le sue caratteristiche personali hanno preso il sopravvento e lo hanno allontanato dal suo privilegio.

Carisma, dicevamo. Che originariamente indicherebbe un dono prezioso trasmesso dalla divinità ad un prescelto per esercitare influenza e ottenere potere. L’Alto Passero è il simbolo della sfida al potere tradizionale, ne è l’emblema di fronte agli occhi del mondo, o almeno della capitale, dove riesce, vestito di stracci, a tenere testa a due Grandi Case e all’esercito schierato. Cersei e gli altri probabilmente sbagliano strategia nel voler affrontare il sacerdote sulla pubblica piazza, là dove è più forte, quando invece, come Jaime suggerisce alla fine, prendere un pugno di sicari e fare il lavoro sporco di nascosto sarebbe stato più semplice.

A sua discolpa possiamo dire che era difficile immaginare che Tommen si convertisse al Credo. Il ruolo difficile da decifrare è quello di Margaery: o la prigionia le ha fatto davvero molto male, o ha capito che influenzare il re da una posizione di potere è una prospettiva migliore che sottoporsi al cammino della vergogna.

In chiusura ennesimo momento enfatico affidato a Daenerys, ormai a suo agio nel cavalcare Drogon, prontissima a lasciare la città degli Schiavisti per tornare a casa. Quasi avesse letto telepaticamente le intenzioni di Euron, si manifesta la necessità di trovare mille navi. Ma queste sono riflessioni per un altro giorno, per ora rimane la determinazione e la voglia di imporsi, di lasciare il proprio marchio nel mondo al di là dei molti titoli ricevuti per nascita o per altri motivi. Affidandosi solo al suo carisma e al “sangue del suo sangue”.

Riflessioni sparse:

  • Si apre un nuovo fronte a Delta delle Acque. Ditocorto una volta tanto aveva detto la verità.
  • Rivediamo dopo tanto tempo anche Walder Frey e Edmure Tully, suo prigioniero dopo le Nozze Rosse.
  • Nell’occasione viene nominata la Fratellanza senza Vessilli, anche loro assenti da un po’.
  • Tra le altre spade in acciaio di Valyria ci sono quella di Jon e quella di Brienne, che è una delle due forgiate con la vecchia spada di Ned Stark (l’altra è alla Fortezza Rossa).
  • Fa un certo effetto vedere Bran senza Hodor. Anche per la sua mole importante, riusciamo ad avvertire che manca qualcosa.
  • Niente da fare, Daenerys ha un grandissimo senso dello spettacolo.
  • Incredibile a dirsi, non è morto nessuno in questa puntata.

La sesta stagione di Game of Thrones va in onda su Sky Atlantic HD la notte tra la domenica e il lunedì alle 3:00 in simulcast con la HBO, e successivamente in replica alle 22.10 del lunedì in lingua originale sottotitolata. Da lunedì 2 maggio alle 21.10 la serie debutterà in Italiano su Sky Atlantic HD e sarà disponibile su Sky On Demand e Sky Online.

Per confrontarvi con altri appassionati della saga, vi segnaliamo la pagina Game of Thrones – Italy.