Mad Men ha occupato circa 8 anni della nostra vita, è finito l’anno scorso, ed è stato il più grande romanzo sugli anni ‘60 americani. Necessariamente incompleto e fallace ma anche grandioso nella ricostruzione e serio nella cronaca del decennio dei grandi cambiamenti, Mad Men ha raccontato un pubblicitario che passa da essere la punta della modernità ad essere un rottame del vecchio mondo, indietro su ogni movimento culturale, tra il primo e il penultimo episodio. Questo Wood Allen non lo sa, perché Woody Allen non guarda la televisione, almeno non guarda le serie tv (notoriamente in tv guarda solo lo sport) e non che con il cinema vada meglio. Non sa che il pubblico televisivo, che poi è lo stesso del cinema ma che quando guarda la televisione è il pubblico televisivo, ha visto Mad Men o comunque una delle molte altre serie che hanno rivisto completamente le aspettative e le possibilità del mezzo. Non sa quindi nemmeno con cosa si confronti la sua ricostruzione dei conflitti degli anni ‘60.

Anche per questo Crisis In Six Scenes è una serie tv irricevibile. Pensata (dichiaratamente) per essere un film spezzato in 6 tronconi, è anche uno dei film più lunghi di Woody Allen (dura in totale 120 minuti circa da che lui si muove sempre tra i 90 e i 100 minuti) nonchè uno dei più scadenti.

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Il pregio maggiore di questa serie, va detto, è però la sua scala ridotta, ambientata quasi tutta in una casa in cui si rifugia una hippie in fuga (Miley Cyrus), cercata dalla polizia e inattesa di scappare verso Cuba. Gli danno ospitalità una coppia costituita da una consulente familiare (Elaine May) e suo marito scrittore (Woody Allen), la prima esaltata il secondo molto molto scontento e in ansia per la presenza illegale in casa sua. Nei giorni in cui Lenni la hippie è da loro avrà modo di stringere un legame sentimentale con un altro ospite (lui invece gradito) della magione, di convertirlo e di diffondere le sue idee maosite, rivoluzionarie e attiviste (fa bombe, ha un omicidio sulla coscienza) nel club del libro della padrone di casa, costituito da signore in là con gli anni ma pronte a ricevere gli insegnamenti di Mao e ad armarsi per la rivoluzione.

Il problema di Crisis in Six Scenes non è, come è sembrato a molti, Woody Allen e il suo stile, ma al contrario il fatto che non sembri un prodotto di Woody Allen

In tutto questo il povero scrittore cercherà di sfuggire alla polizia finendo sempre comicamente in braccio ad essa ma uscendo dagli impicci per il solito caso che nei film di Woody Allen domina le vite di tutti. Sono pochi giorni e si sente, non è una grande epica ma una piccola sineddoche per questo piena di significato ma raccontata malissimo.

Il problema di Crisis in Six Scenes non è, come è sembrato a molti, Woody Allen e il suo stile, ma al contrario il fatto che non sembri un prodotto di Woody Allen! Nonostante sia facile pensare il contrario per le musiche, le luci, la recitazione, i testi e la presenza di Allen stesso nel suo tipico ruolo, questo lungo film spaccato in quadretti molto ben separati e chiusi nelle loro unità (anche la durata è perfetta se non si fa binge watching) non pare un prodotto del regista di Blue Jasmine o Cafè Society tanto è tecnicamente scadente.

I tempi sono inutilmente lunghi, pieno com’è di conversazioni che vanno avanti stancamente invece che chiudersi in fretta con l’asciuttezza che gli abbiamo sempre riconosciuto e che ancora non lo abbandona, la musica addirittura va e viene senza nuances, mixata malissimo e inserita a fare da riempitivo come nelle sit-com anni ‘80. In più Crisis in Six Scenes è recitato davvero male (Miley Cyrus in questo non è tamponata né aiutata e risulta la peggiore) e di conseguenza fa poco ridere. Solo la fotografia sembra davvero all’altezza del nome dell’autore ma a poco serve se addirittura anche la trama è continuamente spiegata e riassunta a parole, con piccoli bignami di cosa sia avvenuto infilati dopo ogni evento, come fossimo scemi.

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In un medium fondato sull’aggancio e sull’attrazione potente dello spettatore in una spirale di eventi ed episodi che non si possono non guardare, questa serie è noiosa da subito, allungata con l’acqua.

Dove sia quell’autore pazzesco che ancora oggi gira e consegna alle sale film di una bellezza disarmante come Irrational Man o Magic in The Moonlight non si sa.

Questa, si capisce, doveva essere una storia complessa tra letteratura e cinema, che parla di uno scrittore che vorrebbe essere Salinger ma in realtà fa slogan pubblicitari e ha lavorato a Madison Avenue (come i Mad Men ma, di nuovo, Allen è l’unico che probabilmente non ha le conoscenze per capire la citazione che ha fatto) e che procede con le armi dei grandi romanzi come Pastorale Americana, raccontando cioè l’ingresso di un elemento di discontinuità in un nucleo borghese anni ‘60 che causa una presa di coscienza. Solo che Woody Allen non la pensa come gli altri, non guarda quell’attivismo con favore ma come un lavaggio del cervello collettivo. Avendo dalla sua il senno di poi (ma lui in quegli anni c’era, già era una colonna della tv e iniziava a fare cinema) descrive l’arrivo di Lenni come la più classica delle mode piccolo borghesi, il concetto originale di “radical-chic” materializzato nel salotto di un villino. Tutti si infatuano delle idee radicali e del modo di portarle avanti di Lenni (alcuni anche proprio di lei), tutti tranne il piccolo scrittore un po’ scemo ed inetto, così preoccupato e realista da non cedere al fascino delle teorie e dei paroloni da libretto rosso.

Quando sembra girare per il verso giusto e iniziare a marciare al ritmo dovuto Crisis in Six Scenes si impantana

Era una premessa fantastica, impossibile da ricevere in una serie che non parla la lingua delle serie tv. Quando sembra girare per il verso giusto e iniziare a marciare al ritmo dovuto Crisis in Six Scenes si impantana invece di decollare, ferma i giochi invece di inanellare, scene, sequenze e svolte, ovvero quelle catene di eventi in grande stile che il cinema non può conoscere ma che le serie si possono permettere di imbastire, sapendo di godere di durate e grandezze possibili solo ai romanzi.

Addirittura, inserito in un racconto scadente come questo, anche il finale finale sembra una versione autoriale e ben fotografata delle chiuse tipiche di Casa Vianello.

Nella sit-com italiana ogni puntata finiva con tutti gli intrecci imbastiti da Sandra e le menzogne di Raimondo che arrivavano al pettine nel salotto di casa loro, con tutti i personaggi che si riuniscono ed espongono violentemente i loro conflitti, solitamente parlando gli uni sugli altri. A farne le spese è sempre Raimondo, tutti se la prendono con lui e poi c’è la coda a letto che chiude definitivamente l’avventura. Alla stessa maniera Allen prevede un finale casalingo in cui tutte le trame si incrociano nella stessa stanza, per merito della moglie e alle spese del marito, mettendo insieme personaggi che non si erano mai visti e lì scoprono la reciproca esistenza, in un continuo ingresso di persone e relative agnizioni. Lui vuole citare i fratelli Marx di Una Notte all’Opera (la scena della cabina affollata) con l’arrivo anche di due idraulici, ma a noi tutto è così dozzinale da sembrare Casa Vianello. Ogni dubbio sul plagio da Canale 5 poi crolla quando subito dopo questa scena la serie si chiude con marito e moglie a letto che tirano le somme dell’accaduto.

Per fortuna in sala c’è quel capolavoro di Cafè Society.