Selfie Surgery – Vorrei essere il mio Avatar comincia malissimo, considerato l’argomento. Comincia cioè con un’involontaria ammissione di parzialità e di schieramento, denunciando una prospettiva che è l’opposto di quella curiosa e aperta a qualsiasi interpretazione del fenomeno indagato che si dovrebbe auspicare.

Selfie Surgery ripiomba nei peggiori difetti da Le Iene e di quei programmi da cui SKY voleva allontanarsi con questa serie

Il fenomeno raccontato nei 25 minuti della puntata è quello delle ragazze che ricorrono alla chirurgia estetica per assomigliare alle proprie foto ritoccate digitalmente, cioè aggiustare la realtà per farla coincidere con la finzione (ritoccata). Nell’introdurre la questione subito la colpa è addossata alla tecnologia, perché questa, viene detto con una grammatica da tg RAI, è “una mania che purtroppo grazie ai social network è arrivata anche in Italia”. Questo scarico di responsabilità mette in mostra quanto chi ha curato la puntata (Beatrice Borromeo) conosca la ramificazione di ciò che racconta, cioè la rete. Se in realtà è la chirurgia estetica il vero cuore della puntata, è evidente che la mania indagata nello specifico trova nella rete la giustificazione per qualcosa che esiste da decenni. Ed è anche evidente che dare le colpe ai social network è la maniera meno complessa e articolata di affrontare l’argomento, perchè preferisce cavalcare il più semplice dei risentimenti sociali, dando per scontato che i social network stiano rovinando le nostre vite, come se tutti fossimo daccordo, invece che cercare un punto di vista più complicato di ciò che si dice in strada.

Il buono di Selfie Surgery è invece quanto, nonostante giri intorno ad argomenti che la televisione conosce bene e che solitamente sarebbero materia per Le Iene, abbia tutto un suo linguaggio visivo e di montaggio, più garbato e meno morboso. A tratti molto kitsch (soprattutto le scelte musicali) ma mai da avvoltoio come nei programmi televisivi di grana grossa. Peccato però che, come nei peggiori articoli dei quotidiani, affermi l’esistenza di una tendenza (quella appunto di ritoccarsi chirurgicamente per assomigliare alle proprie foto ritoccate digitalmente) dando per scontato che non ci sia bisogno di dimostrarla. Non ci sono numeri, fonti, dati o indagini al riguardo, solo la storia di circa 5 diverse ragazze e il loro desiderio di un intervento.

Perché queste possano essere, come Selfie Surgery desidera, paradigmatiche di una situazione più grande, non può bastare la parola di Il racconto del reale, nessun documentario serio pretenderebbe di essere creduto sulla fiducia.

Così, nonostante un linguaggio originale, Selfie Surgery ripiomba nei peggiori difetti da Le Iene e di quei programmi da cui SKY voleva allontanarsi con questa serie, quelli che preferiscono seguire dei “mostri”, degli esempi umani aberranti ed esagerati, estremi e pronti a dire e fare cose inqualificabili (madri che sostengono che “è giusto rifarsi da giovani, quando serve a qualcosa”), per fare di loro i campioni di una categoria, senza bisogno di motivare, spiegare o provare che sia così. Che è il metodo della stampa scandalistica e allarmistica, non quello di un progetto serio.