Sky ha promesso un racconto senza mediazioni della realtà con la sua nuova serie Il Racconto del Reale, la più ambiziosa in assoluto se il metro di valutazione non è l’esigenza di fare ascolti o le vendite internazionali ma la volontà di creare qualcosa di unico e più avanti del cinema quanto a sperimentazione. Eppure dalla prima puntata, Ultimo Stadio (già andato online su Repubblica.it), non è emerso assolutamente un racconto senza mediazioni. Anzi.

Si tratta di uno dei tre episodi prodotti da 42° Parallelo, società specializzata in produzione di quello che viene chiamato “cinema del reale”, cioè tutto ciò che si nutre della realtà per trasformarla in cinema e quindi racconto. Era ciò che una volta si pensava facesse il documentario, in realtà oggi “cinema del reale” è una definizione necessaria per dare conto della molteplice varietà di forme che le storie vere o le storie appoggiate alla realtà o che modificano la realtà o che la documentano dandone letture personali, prendono al cinema.

Non si esce dalla visione di Ultimo Stadio pieni di nuove informazioni quanto pieni di domande

I restanti 15 episodi che compongono la serie saranno in parte produzioni Sky, ognuna firmata da personalità del mondo della cultura e del giornalismo, tra cui Mauro Parissone, Ambrogio Crespi, Michele Bongiorno, Mimmo Calopresti, Luigi Prieto, Beatrice Borromeo e Bill Emmot. Ognuna dedicata a un fatto, un evento o un tema particolare.

Ultimo Stadio racconta i fatti del 3 Maggio 2014, il giorno della finale di Coppa Italia in cui durante alcuni scontri prima della partita Napoli – Fiorentina un tifoso (ma della Roma) ha sparato ad un altro del Napoli. Si chiamava Ciro Esposito ed è morto 53 giorni dopo l’evento.

Quello che Ultimo Stadio fa è ricostruire tutto a partire da immagini di repertorio, dai video girati dai tifosi stessi coinvolti nei tafferugli fino alla moltitudine di immagini della polizia (dall’elicottero come a Terra), utilizzando come voce narrante unicamente audio ripreso dal video e un montaggio di estratti dalle comunicazioni delle forze dell’ordine di quel giorno.

Il “racconto senza mediazioni” già è quindi subito mediato da una scelta di campo, dalla scelta di un punto di vista particolare e approfondito, poi è ancora più enfatizzato dall’uso di fermoimmagine, di colorazioni selettive e piccoli zoom sui volti dei protagonisti più importanti, come se venissero presentati.

Già il racconto senza mediazioni non può esistere, perché qualsiasi narrazione è una sintesi degli eventi e una sintesi presuppone una scelta del narratore, meccanismo nel quale sta la sua personalità, ma si annidano anche le sue idee e se pur involontariamente il suo punto di vista, ad ogni modo poi Ultimo Stadio è ancor più mediato dal fatto che le sue scelte sono molto particolari. E benché siamo lontani da quel che aveva promesso Sky, c’è di che gioirne, perché un racconto “ben mediato” da un bravo narratore è la cosa migliore che si possa chiedere, ben più dell’illusione di una mancanza di mediazione.

Le comunicazioni della polizia, con il loro linguaggio tecnico spezzato dalla paura o deformato per contenere l’emotività, fanno un bellissimo contrasto con le immagini asettiche riprese dall’elicottero, in cui la distanza impedisce di percepire la violenza ma mostra bene come una situazione possa cambiare in fretta e la folla possa ad un certo punto avere una sua volontà. Ultimo Stadio non solo mostra bene ma dimostra ancora meglio. Chi era Ciro Esposito non lo sapremo dal documentario, non sapremo che faceva né chi sia il colpevole vero (condanne ce ne sono state ma il documentario non mostra la scena incriminata né la indaga), quel che abbiamo è solo ciò che è stato ripreso, il caos della giornata e i tentativi di arginarlo. Nessun background, nessuna intervista ai parenti o ai coinvolti, solo la cronaca mediata da un montaggio molto ben fatto, uno il cui obiettivo non è capire ma andare un po’ oltre.

Per fortuna infatti non si esce dalla visione di Ultimo Stadio pieni di nuove informazioni quanto pieni di domande, che poi è quel che il cinema del reale dovrebbe fare, non spiegare “il reale” ma fare del cinema intorno ad esso, cioè cambiare la percezione che ne abbiamo attraverso l’uso delle immagini.