The Crown must win, must always win.

Il monito lanciato alla fine del secondo episodio della nuova serie di Netflix, in un momento fondamentale nel percorso della regina Elisabetta II, riassume perfettamente il senso profondo di una storia che è anche parte della Storia. A un primo sguardo, distratto, potrebbe apparire come una citazione da adattare a Game of Thrones, che tanto ha preso nella sua genesi dalle vicende della nobiltà inglese. Eppure sarebbe una considerazione errata. The Crown ricaccia, infatti, ogni visione individuale, egoista, superficiale, in favore di una visione sempre alta del potere e delle sue strutture. Una serie in cui il tema centrale è la preservazione, a tutti i costi, dei simboli, delle istituzioni, dei ruoli, concetti astratti che ad ogni svolta si impongono su desideri e ambizioni personali.

La storia prende il via nel 1947. Le ceneri della guerra vittoriosa contro il nazifascismo aprono le porte a quella che spesso verrà definita come una nuova era, anche per la monarchia britannica. Ma sarà poi così “nuova”? Gli anni corrono veloci: il re Giorgio VI è cagionevole di salute, la figlia Elisabetta, diretta discendente al trono, sposa Filippo Mountbatten, Winston Churchill ridiventa primo ministro. Il resto, è il caso di dirlo, è Storia. In dieci episodi la serie ideata da Peter Morgan – già sceneggiatore di The Queen – e prodotta tra gli altri da Stephen Daldry (Billy Elliot, The Hours) segue i primi anni di regno di Elisabetta II, i contrasti ora con il Governo ora con la famiglia, alle soglie di un mondo che sta davvero cambiando.

La grandezza di The Crown sta nel fatto che non ha mai bisogno di alzare la voce per essere straordinario. Il soffocamento delle singole personalità, il silenzio a cui viene ridotto tutto ciò che potrebbe essere sconveniente si traduce in una visione solo apparentemente anonima, che gioca sul non detto e sul non mostrato, mai volgare, mai eccessiva, mai spicciola. La serie persegue le sue tematiche con dedizione e coerenza, senza mai cedere all’impulso di facili confronti urlati o caratterizzazioni troppo estreme. Il bene e il male non esistono, esiste un più alto senso della dignità del ruolo, una certa rigidità british che antepone ciò che è doveroso a ciò che è piacevole.

Eppure ogni carezza arriva a graffiare in questa serie tecnicamente superba. Difficile non correre con la mente alla piattezza semplice e cortese del Discorso del Re, di fronte a questa serie che eleva ogni momento e ogni storia, lasciando emergere le contraddizioni e i conflitti interni dei personaggi senza mai darci la facile soddisfazione di vedere un percorso compiuto, di lasciare che tutte le parole vengano fuori. Le stanze spesso scure di Buckingham Palace non hanno nulla della sgargiante bellezza e perfezione che la nobiltà potrebbe ispirare, e le stesse apparizioni pubbliche giocano sempre sui dietro-le-quinte, su conflitti che vediamo e capiamo, ma che raramente saranno affrontati perché “bisogna pensare al bene della Corona”.

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Da un punto di vista tecnico, formale se volete, The Crown è una delle migliori proposta di sempre per Netflix. Non una sbavatura, non un momento fuori posto. Si tratta della serie più costosa di sempre per la piattaforma streaming e, a differenza di The Get Down, gli sforzi profusi emergono chiaramente. Anche qui, le strutture, gli ambienti, gli scenari ritratti in una cornice che al tempo stesso cela e protegge, suggerisce e nasconde. La sicurezza di stanze anonime e senza carattere, anche loro, come i protagonisti, contenitori dei ruoli che servono. Decisamente presente la colonna sonora di Rupert Gregson-Williams, ma sarà anche il tema composto da Hans Zimmer per la opening (non brutta, ma visivamente troppo simile a molte altre) a tornare.

Casting favoloso, direzione impeccabile. The Crown è una serie estremamente cinematografica, non solo per gli sforzi profusi da un punto di vista tecnico, ma per la scrittura e la gestione della storia. In dieci episodi abbiamo l’impressione di veder condensato materiale per almeno cinque film diversi, ognuno con la sua dignità, ognuno con qualcosa da dire. Certo, spicca la tormentata storia d’amore tra la principessa Margaret (Vanessa Kirby) e il colonnello Townsend (Ben Miles), ma anche qualcosa di apparentemente più semplice – eppure tratteggiato con tale cura – come l’amicizia tra Churchill e il ritrattista Graham Sutherland (Stephen Dillane).

C’è un’intensità nascosta, ma sempre presente, in Jared Harris e John Lithgow, interpreti rispettivamente di re Giorgio VI e di Churchill, i più convincenti nel cast. Per quanto riguarda la coppia reale, Claire Foy costruisce un personaggio che cresce di episodio in episodio nella nostra considerazione. In certi momenti si adatta bene alla descrizione che Margaret ne darà a un certo punto (“senza carattere”) ma anche questo si accorda con il tema centrale della serie. Matt Smith nel ruolo di Filippo non può far altro che adattarsi a un personaggio che vive il riflesso della regina, inteso anche qui più come ruolo istituzionale che come persona in sé, ma è un rapporto su cui la serie torna spesso.