“Dicono di voi che siete un santo.”
“Calunnie.”

Se dare a Lenny Belardo del santo può forse essere una calunnia, lo stesso non si può dire definendo The Young Pope una delle migliori serie tv che il piccolo schermo abbia offerto al suo pubblico. Nella sua rielaborazione dei canoni del linguaggio audiovisivo tradizionale, Sorrentino ha costruito la parabola di un papa bambino, prima ancora che giovane; un orfano che cerca la maturazione, incapace di amare a fondo perché privato di quel primo amore che si sperimenta nel rapporto genitori-figli. Ne ha fatta, di strada, il bellissimo Lenny, da quando l’arroganza impregnava ogni parola che usciva dalla sua bocca, lontano dallo sguardo dei fedeli, mentre l’aspra condanna di questo o quel peccato lo dipingeva come un tiranno retrogrado, in opposizione alle prerogative di magnanimità e perdono che i cattolici – e non solo – avrebbero auspicato.

Le ultime due puntate di The Young Pope sono anche le più dolenti, cariche di un sentimento – che non diviene mai sentimentalismo – non molto frequente nella poetica sorrentiniana, costruita sulla sottrazione e sull’interiorizzazione dei drammi dei protagonisti. Non che qui la tragedia di Lenny e degli altri personaggi diventi esplicitazione didascalica, anzi: resta costante il desiderio di raccontare le diverse figure che animano la storia attraverso piccoli tocchi, senza eccedere mai nell’elargizione di dati fini a se stessi. Non sappiamo tutto di Lenny, non sappiamo tutto del Cardinal Voiello o di Suor Mary, né del meraviglioso Cardinal Gutierrez, forse il personaggio più umano e commovente dell’intera stagione, colui che, con la timidezza propria dei grandi spiriti, rifiuta in un primo momento di divenire segretario di Pio XIII, perché omosessuale e contrario alla crociata iniziata dal pontefice sull’argomento.

The Young Pope

C’è una sensibilità e una profondità umana eccelsa nella costruzione di un carattere come quello di Gutierrez, straziato dagli abusi subiti durante l’infanzia, eppure composto ed eroico nella sua mite dolcezza. Sono personaggi come lui a dimostrare come, in fondo, il pessimismo di Sorrentino non sia altro che lo specchio di quello di Lenny, e celi invece una fiducia istintiva nei confronti della resilienza umana e della capacità di convertire il dolore sofferto in amore. È un sottile gioco di parallelismi, quello di Sorrentino, che contrappone il pomposo Arcivescovo Kurtwell, che ha elaborato il proprio trauma passando dall’essere vittima a carnefice, al puro Gutierrez, il cui alcolismo costituisce l’unica macchia di una coscienza immacolata e di un cuore ancora carico di bontà. Il mondo è un luogo ostile, dove la violenza – fisica o psicologica che sia – è praticamente inevitabile: sta a noi, sembra suggerire Sorrentino, capire cosa fare col carico di dolore che la vita ci assegna.

E Lenny, questo dolore, lo affronta per la prima volta di petto quando si espone, in Piazza San Marco a Venezia, allo sguardo dei fedeli accorsi ad ascoltare il suo discorso e a vederlo in faccia per la prima volta. Lo affronta cercando, tra la folla, il sorriso negato dei suoi genitori, diversi eppure identici a come li rammentava, sordi all’epoca alla sua fame d’amore di bambino come oggi alla sua devastazione tutta adulta. Parafrasando una canzone mirabilmente usata in questa prima stagione, ora che ha perso il conforto dei due simulacri genitoriali di Suor Mary, mandata in Africa al posto di Suor Antonia, e del Cardinal Spencer, spentosi sulle note illuminanti del resoconto del miracolo di Lenny bambino, il pontefice “non può scappare da se stesso”, è obbligato a guardare in faccia la vita adulta. Come già avvenuto al Cheyenne di This Must Be The Place, l’incontro con personaggi quanto più possibili lontani da sé sospinge il protagonista verso quella linea d’ombra finora rifuggita, ponendolo a contatto con tutto ciò che rappresenta l’esistenza umana nella sua interezza; in primis, appunto, l’amore.

The Young Pope

L’amore negato diviene l’asse portante del discorso di Lenny a Venezia, così come l’inconoscibilità di un dio al quale egli asserisce di non credere ma che, in più di un’occasione, ha manifestato la propria esistenza attraverso le opere dello stesso protagonista. È solo una tra le molte contraddizioni di un uomo che impara la fluidità passo dopo passo, che intraprende la strada della riconciliazione con il mondo attorno a sé nel momento in cui inizia a conoscerlo. Il cammino di Lenny non è certo giunto al termine, ma i primi germi della sua evoluzione sono sotto gli occhi di tutti; e affascina constatare come Sorrentino sia riuscito a radicare il proprio relativismo all’interno di un contesto di per sé tendente alla semplificazione dicotomica tra bene e male, a dimostrazione che, per un buon narratore, qualsivoglia ostacolo assume la forma di uno stimolo eccitante e, perché no, di un nuovo limite da superare.

La limitata superficie dello schermo televisivo è divenuta, grazie a The Young Pope, uno scrigno ricolmo di gemme come mai se n’erano visti nella televisione italiana. Facendo un passo indietro e sollevando il cuore da qualsiasi pregiudizio, i meriti di Sorrentino vanno al di là della sua fama e del conseguimento dell’Oscar – sebbene, lo sappiamo, la vittoria sia stato il gradino primigenio e fondamentale della realizzazione di una serie come questa. Il finale della decima puntata sfugge alla facile tentazione del cliffhanger, concludendo il viaggio interiore di Lenny con gli occhi dell’uomo, sospeso tra la vita e la morte, puntati verso il cielo, a intuire il divino tra le nubi sopra Venezia, e col cuore colmo di soddisfazione anche noi possiamo distaccarci da questa prima, ma forse non ultima, stagione di The Young Pope; e mentre la macchina da presa si innalza al di sopra di Lenny, della folla e del mondo, a sottolineare la piccolezza dell’uomo di fronte all’ipotetica immensità di Dio, la sensazione è di essere dinnanzi a un prodotto umano che ha in sé l’impronta del sublime.

The Young Pope