La serie Tredici – 13 Reasons Why ha sicuramente trovato in Netflix la collocazione ideale che non ne limitasse la portata e, seppur modificando in maniera significativa alcuni passaggi della storia ideata da Jay Asher, riesce ad avere il giusto approccio per rivolgersi a un pubblico composto non solo dagli adolescenti che potrebbero ritrovarsi e riconoscersi nella storia di Hannah e di Clay.

Dopo i primi due episodi diretti da Tom McCarthy e scritti dallo showrunner Brian Yorkey, la serie si allontana progressivamente dalla struttura semplice in cui il racconto di Hannah Baker si intreccia con la reazione di Clay, il ragazzo che riceve le cassette su cui sono incisi i tredici motivi per cui la teenager ha deciso di porre fine alla sua vita. E’ infatti il personaggio affidato a Dylan Minnette ad assumere sempre più importanza e a risultare centrale nel mostrare le conseguenze di un gesto così estremo e nel capire quali potrebbero essere le reazioni alla scoperta della sofferenza vissuta dalla sua amica. La catena di eventi negativi che ha preso il via nel primo episodio, con l’ingenuità che contraddistingue quasi tutte le prime infatuazioni adolescenziali, assume poi dei contorni sempre più oscuri e drammatici seguendo, tassello dopo tassello, come nella vita della studentessa si siano introdotte violenza, morte e disperazione.
Il team di autori ha deciso di rendere la narrazione ancora più complessa e ricca di dettagli rispetto al libro approfondendo tutti i personaggi e mostrando i loro rapporti sicuramente non idilliaci con i genitori, le insicurezze personali e la loro posizione all’interno del microcosmo del liceo.
Justin, la prima cotta di Hannah, deve fare i conti con una madre assente e alle prese con la dipendenza; Jessica affoga i suoi problemi nell’alcol e negli eccessi; Alex è fragile e subisce la pressione dell’essere il figlio di un poliziotto; Courtney non sa come rivelare ai suoi papà di essere omosessuale; Marcus non vuole ammettere i suoi errori; Zach deve fare i conti con un’immagine da mantenere fin troppo perfetta… Tutti i “colpevoli”, tranne forse il peggiore del gruppo, sono messi di fronte a ostacoli personali di vario tipo, situazione che crea un contesto per, in un certo senso, giustificare le azioni e dall’altra spinge lo spettatore a interessarsi a ognuno dei personaggi, probabilmente in vista di una seconda stagione. Questa scelta, tuttavia, penalizza in parte il racconto di Hannah: le sue motivazioni per suicidarsi diventano così a tratti meno comprensibili soprattutto nella prima metà della stagione e non è del tutto immediato provare empatia per lei. I continui salti tra passato e presente, nelle situazioni meno drammatiche, tolgono infatti forza alla sua sofferenza, spostando l’attenzione su quella di chi le stava accanto.
Tredici – 13 Reasons Why ha però il merito di non edulcorare nessuna delle situazioni portate sullo schermo: gli ultimi episodi in particolare, senza temere di mostrare immagini forti e realistiche, non nascondono l’orrore che si insinua nella vita della protagonista ma nemmeno lo rendono spettacolare.

La giovane Katherine Langford dimostra di possedere un incredibile talento naturale e la capacità di esprimere con il proprio sguardo la fragilità interiore del suo personaggio, fino a un primo piano impossibile da dimenticare nel momento in cui Hannah subisce una violenza in grado di portarla al punto di non ritorno e a un ultimo sguardo a quello che si sta lasciando alle spalle che colpisce emotivamente, dopo l’ultimo tentativo fallito di vedere una via d’uscita. Dylan Minnette segue inoltre piuttosto bene l’evoluzione di Clay nello scoprire la verità, interpretando con trasporto e convinzione la disperazione e lo spaesamento, fino alla decisione di agire.
L’intero cast di interpreti appare comunque convincente, nonostante gli autori scivolino in più di un’occasione in facile stereotipi come nel caso di Sheri, cheerleader dal cuore d’oro che prova a far bene agli altri per espiare le proprie colpe, o del predatore senza alcuna possibilità apparente di redenzione rappresentato da Bryce, fino a Skye e al suo essere outsider. Figure che, seppur delineate con attenzione, faticano a risultare tridimensionali e rischiano di riportare la serie all’interno dei canoni più tradizionali dei teen drama da cui, invece, vorrebbe tenersi ben distante. Complicato anche comprendere realmente il ruolo di Tony e il suo legame con Hannah, nonostante venga spiegato in più passaggi. Ottima, invece, e senza sbavature, la rappresentazione dei genitori: da quelli di Clay preoccupati e alla ricerca di un modo per comunicare con il figlio ai coniugi Baker devastati dalla morte della loro figlia e dalla consapevolezza di aver ignorato potenziali indizi che rivelassero quanto le stava accadendo. Kate Walsh e Brian d’Arcy James sono emozionanti nelle loro interazioni, in particolare nel momento in cui decidono di andare al ristorante, e nel rappresentare l’abisso in cui il suicidio di Hannah li ha gettati, situazione da cui cercano di uscire in modo diverso, elaborando il lutto provando a combattere o appigliandosi alla speranza di ritrovare un’illusoria normalità. L’approccio alle tematiche è infatti particolarmente adulto e ben calibrato per scuotere la coscienza degli spettatori, cercando di far dimenticare le immagini patinate che spesso vengono associate al mondo degli adolescenti.
Per quanto riguarda questo punto sembra quasi doveroso compiere una riflessione su uno dei cambiamenti più inaspettati e, solo al primo impatto, poco comprensibili tra romanzo e serie tv: tra le pagine la ragazza si suicida con delle pillole, mentre nella serie si taglia le vene e muore dissanguata. La nuova versione è sicuramente più dolorosa e, considerando l’attività dei genitori, sembra quasi meno credibile visto che ad esempio la ragazza aveva accesso ai medicinali che si trovavano in negozio. Era quindi necessario mostrare gli ultimi momenti di vita della teenager in modo così duro ed esplicito? Dieci anni fa, quando è stato pubblicato il romanzo, i teenager vivevano però ad esempio in un mondo in cui i social media e la necessità di immortalare ogni aspetto della propria vita con foto e video non erano ancora all’ordine del giorno. In una società così radicalmente diversa appare forse, tristemente, necessario assistere anche agli attimi in cui si spegne una vita per privarli di ogni fascino e rivelarne l’orrore e il dolore. Appare così quasi essenziale, all’interno della realtà attuale, ribadire con quella scena come il suicidio non sia una soluzione che pone fine al proprio dolore, anzi è una scelta terribile che ne causa ancora di più in se stessi e alle persone che si amano. Potrebbe essere considerato scontato, ma è sicuramente un messaggio vero e da trasmettere con fermezza.

Il team di registi scelti per girare le tredici puntate hanno contribuito poi in modo significativo a mantenere alta la qualità, potendo contare su nomi di spicco e di grande esperienza come Gregg Araki o Jessica Yu, autori di alcune delle puntate più riuscite. Non mancano poi riferimenti a elementi iconici legati a film e progetti dedicati al mondo dei teenager, in particolare a cult degli anni ’80, riferimenti che forse il pubblico più adulto potrà cogliere più facilmente. Le ottime scelte musicali, inoltre, impreziosiscono gli episodi, in particolare il season finale e l’immancabile episodio in cui si svolge un ballo del liceo.
Promozioni quasi a pieni voti anche al montaggio, in particolare nei passaggi chiave che si svolgono alla festa in cui è necessario dare spazio alle emozioni di Hannah di fronte agli eventi, e alla fotografia che assume sfumature dark e più luminose per adattarsi alla natura degli eventi al centro della narrazione.

La serie Tredici ha il grande merito di parlare apertamente di problematiche spesso non affrontate in modo diretto: suicidio, depressione, bullismo, sessualità e incomprensione tra genitori e figli arrivano sullo schermo senza filtri e grande intensità. Le intenzioni nobili non sempre rimangono a galla ma questo non diminuisce l’impatto sugli spettatori, costretti a porsi domande importanti anche sul proprio comportamento.
A limitare un po’ il giudizio positivo è però la scelta di non mantenere sempre al centro il punto di vista di Hannah, situazione che non permette di immergersi nella sua solitudine e disperazione, soprattutto tenendo conto che il suo rapporto con Clay appare particolarmente stretto fin dall’inizio.
La serie appare come un progetto ambizioso e di sicuro impatto sociale, ben calibrato per un pubblico composto da più di una generazione, e confezionato con l’intenzione di gettare le basi per una serie drammatica in grado di affrontare più di una tematica cercando l’autenticità e la verità così necessarie in un periodo storico dominato dalle apparenze.