La cosa migliore di GLOW è sicuramente l’idea dello storytelling che si nasconde, ma nemmeno troppo, dietro il mondo del wrestling. Cioè l’idea che, per attirare l’attenzione degli spettatori ai quali i combattimenti e le coreografie non bastano, bisogna costruire dei ruoli dietro le persone che si muovono sul ring e che devono rappresentare schieramenti opposti ed estremi. Quando la serie di Netflix punta su questa idea, allora tira fuori le cose migliori della stagione, le idee di scrittura rappresentate bene da personaggi che si mettono in gioco a più livelli. Per il resto l’ultimo prodotto della piattaforma è per certi versi molto derivativo – vedremo meglio da cosa – e non irresistibile. Non che cerchi di esserlo a tutti i costi, si tratta di un prodotto che cade nella media tanto come proposta che come risultato finale.

GLOW è un acronimo. Sta per Gorgeous Ladies of Wrestling, circuito che negli anni ’80 metteva sul ring delle donne in uno scenario fino a quel momento ovviamente a vocazione maschile. Il wrestling come spettacolo, Los Angeles come scenario non casuale, e un gruppo di donne provenienti dagli ambiti più diversi che per sbarcare il lunario o per altre motivazioni si improvvisano performer e di fatto attrici. Tra di loro c’è chi attrice lo vorrebbe essere davvero. Si tratta di Ruth, interpretata da Alison Brie, che sul ring potrebbe trovare un’occasione di riscatto per una carriera che non decolla – anche lì il maschilismo la fa da padrone – e una situazione personale abbastanza complicata.

Sotto la guida di Sam Sylvia (Marc Maron), uno dei pochi volti maschili di una serie quasi interamente al femminile, questo gruppo di quattordici donne si allena sul fisico e sulle interpretazioni. Tutto questo mentre, come il più classico degli impresari teatrali, Sam si batte per cercare di far quadrare i conti e trovare un’occasione per esibirsi. Tra tutte spiccano, oltre a Ruth, anche Carmen (figlia d’arte, per così dire), e Debbie (Betty Gilpin). Proprio quest’ultima è la moglie di Mark (Rich Sommer, minireunion di Mad Men tra lui e Alison Brie), uomo con cui Ruth ha avuto una relazione. I problemi tra le due, che devono collaborare a lavoro, rappresentano uno dei conflitti principali della stagione.

Creata da Liz Flahive e Carly Mensch, GLOW vede tra i produttori anche Jenji Kohan, creatrice di Orange is the New Black, e si vede. Di quella serie riprende il grande cast femminile, le personalità caricate, il senso del grottesco, l’idea di ribaltare uno scenario (lì il carcere, qui il wrestling) che nell’immaginario collettivo ha una connotazione maschile. A volte però a mancare è quel bilanciamento tra commedia e dramma personale che nei momenti migliori quella serie riesce a ottenere. Non era obbligatorio, e forse nemmeno auspicabile, che GLOW seguisse la stessa idea di dramedy, ma nel momento in cui lo fa aumenta il rischio.

L’impatto visivo di GLOW è freddo, fatto di ambientazioni spoglie e un tono abbastanza dimesso. Fonda le storyline, almeno alcune di queste, su un approccio da dramma umano che poi a ben vedere ha poco a che fare con questi personaggi, bizzarri ma non troppo che si sfidano sul ring. Su tutte, emblematica più di altre, la vicenda personale di Sheila, la “donna lupo”, che si presenta in un primo momento come il corrispettivo di Crazy Eyes, e poi rivela dietro la maschera (o proprio tramite questa) un desiderio di autodeterminazione. Se questo tipo di storie di donne particolari con un forte desiderio d’emancipazione vi interessano, allora GLOW probabilmente vi soddisferà.

Tutto rimanda sempre all’idea di Orange is the New Black: personaggi molto imperfetti, anche cattivi tra di loro, ma raccontati con vitalità ed energia. Qui lo slancio cade più vicino come risultati, ma l’impegno profuso da tutto il cast (volti molto interessanti, belle potenzialità anche in vista di un possibile rinnovo), riscatta in vari momenti alcune banalità di scrittura. I momenti sul ring sono i migliori, una specie di bizzarro Saranno Famosi per chi famoso non voleva nemmeno esserlo. Al termine di una stagione facilissima da “binge-watchare”, rimane il retrogusto di uno show che morde le redini sperando di scattare in avanti, e che ancora nasconde varie potenzialità inespresse.