C’è sempre stata un’idea molto consapevole dietro i mille epiteti con i quali è nota Daenerys Targaryen. Madre dei Draghi, la Non Bruciata, Nata dalla Tempesta, da cui tra l’altro prende il titolo Stormborn, e molti altri. Lo stesso episodio ne aggiungerà un altro, La principessa che fu promessa. E tutto questo in Game of Thrones ha un senso, nel momento in cui serve a costruire il ruolo, a dargli forza, a manipolare una simbologia intorno ad un personaggio, che però al momento opportuno può essere ribaltata con grande efficacia. La sfida per la scrittura allora diventa quella di non cadere vittima di quei simboli e ruoli che è riuscita a creare in tanti anni. In questo il secondo episodio della stagione, pur avendo un ritmo decisamente più alto del precedente, ha molti punti in comune con Dragonstone.

Il conflitto invisibile consiste sempre nel dover narrare una storia che ha un suo sviluppo previsto e prevedibile, attraverso un linguaggio che lasci spazio alla naturalezza dei personaggi. E tutto questo, che rimane la chiave ideale di ogni forma di racconto sensato, si scontra con un elemento di difficoltà maggiore una volta che prendiamo coscienza di un semplice fatto: Game of Thrones è finito. Attenzione, non nel senso qualitativo (tutt’altro, e l’intensità di questo episodio lo dimostra), ma nel senso che nel passaggio tra la sesta e la settima stagione ha scavalcato la maggior parte dei blocchi narrativi che agitavano la parte centrale, quei conflitti che tradizionalmente tenevano banco nelle discussioni.

Riuscirà Daenerys a lasciare la baia degli schiavisti e a tornare a Westeros? Scopriremo qualcosa sulle origini di Jon Snow? Sansa riacquisterà la sua libertà? Arya tornerà a casa? Bran completerà il suo addestramento? E così via. La settima e ottava stagione saranno, probabilmente, un corpo unico che racconterà il grande epilogo della saga. Nel momento in cui prendiamo coscienza di questo, tutto viene incanalato su sentieri più pacifici e prevedibili, anche perché la natura dei conflitti in gioco sarà sempre in minore come quantità e sempre meno spazio ci sarà per la redenzione, o per la caduta se è per questo.

Tutto, fin dal titolo e dalla prima scena dell’episodio, comunica un senso di chiusura e di ritorno nel senso più ampio del termine. È la storia a ripetersi, con un Targaryen che con i suoi tre draghi si muove sulle orme dei suoi antenati pronto a conquistare Westeros partendo dalla Roccia del Drago. Sono le situazioni a ripetersi, con una visita alle tombe di Grande Inverno da parte di Jon Snow e Ditocorto, che inevitabilmente ci riporta alla lontanissima discussione di Robert e Ned. Tornano i personaggi, con Arya che si imbatte prima in Hot Pie e poco dopo in Nymeria, allontanatasi dopo l’aggressione a Joffrey. Perfino Sam, in un dialogo con il maestro che sta scrivendo una storia sui tumulti dopo la fine di Robert, sembra essere sul punto di suggerire un titolo più accattivante, magari “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”.

E di ghiaccio e di fuoco si tornerà a discutere ancora in questo episodio, con Jon che riceve una convocazione ufficiale da parte di Daenerys per discutere di una possibile alleanza. A rafforzare la decisione di Jon di partire arriva (in ritardo rispetto a quella di Daenerys) la missiva di Sam, che lo informa sul potere del vetro di drago. La necessità di un conflitto ovviamente nutre se stessa, e sarà così che avremo un’altra occasione per incrinare il rapporto tra Jon e Sansa, con quest’ultima di fatto lasciata a governare il Nord sotto l’influenza nefasta di Ditocorto. Intendiamoci, a livello di impostazione di una storia che si nutre di microconflitti è tutto giusto, ma come gioco è anche molto “scoperto”.

Idem per le discussioni strategiche in quello che potremmo definire il concilio di Daenerys. Tyrion appare come la voce della ragione, gestisce le alleanze, interpreta il sentimento popolare, comprende le esigenze di una conquistatrice che deve apparire come una liberatrice. A voler trovare un difetto, l’omicidio di Myrcella ad opera di Ellaria è un elefante nella stanza quasi ignorato, soprattutto a fronte del lungo discorso tra Daenerys e Varys, che forse sarebbe stato più logico risolvere prima di arrivare sul continente.

L’incontro tra Arya e Nymeria è un confronto che va a chiudere un filo rimasto scoperto (a proposito, chissà se rivedremo mai Gendry) e che ha un certo valore simbolico. È una sorta di “richiamo della foresta” in cui il metalupo di Arya ormai si identifica con ciò che la natura ha fatto di esso, una guida per un branco di lupi. Nonostante il riconoscimento, l’invito ad andare a Grande Inverno viene accolto con un rifiuto, e le parole di Arya “that’s not you” sembrano quasi rivolte più a se stessa che alla sua vecchia amica. Comunque vada a finire, la Arya di adesso non sarà più la Arya del passato.

La restante parte dell’episodio è dedicata al necessario, ma ammirevole e riuscito tentativo di equilibrare le forze in campo. Appena due episodi, e nonostante il manifesto svantaggio di Cersei, che tutti i contendenti riconoscono, si sta lavorando per costruire un conflitto che già avvertiamo come concreto. La corona è riuscita a insinuare il dubbio tra gli alfieri dei Tyrell, facendo leva sulla presunta barbarie degli alleati di Daenerys e puntando in particolare sui Tarly. I Martell sono senza una guida dopo l’attacco a sorpresa di Euron alla flotta di Yara, e quindi anche gli stessi Greyjoy alleati sono in rotta. Rimangono i draghi, ma dopo una presentazione così d’impatto della balestra di Qyburn, ci aspettiamo che almeno uno dei draghi di Daenerys cada nell’attacco.

Euron ha trovato il pegno da portare a Cersei come prova della sua lealtà, e qui sì che l’uccisione di Myrcella avrà un suo peso. La fuga di Theon sinceramente è un po’ deludente. Il cammino del personaggio non si interrompe qui, e ci aspettiamo altre occasioni di riscatto, ma in qualche modo questo era il momento decisivo, e comunque vada a finire questa scelta rimarrà come una macchia che non potrà essere lavata a meno di avere il più grande dei sacrifici. Se i Tyrell, i Martell e i Greyjoy verranno messi fuorigioco, a Daenerys non rimarrà altro da fare che lasciar perdere la strategia di Tyrion che includeva Castel Granito e dirigersi con la sua armata contro Approdo del Re. Peraltro dando un senso al discorso, forse l’ultimo, pronunciato da Olenna.

Mentre il gioco del montaggio ci trasporta dalla Roccia del Drago alla Cittadella e ancora ad Arya, tramite associazioni d’idee già sperimentate in precedenza, Game of Thrones è già nel pieno dello svolgimento stagionale, una corsa contro il passato e verso il futuro.

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