Quello del maestro Chuang-Tzu che sognò di essere una farfalla è uno dei più noti racconti zen. Nel sogno, la farfalla sogna a sua volta di essere il maestro, e così, quando questi finalmente si sveglia, non sa riconoscere la propria natura: è se stesso, o è solo il sogno di una farfalla? In conclusione: “who is the dreamer?”. In uno dei momenti più intensi di un episodio tra i migliori della terza stagione di Twin Peaks, Gordon Cole-David Lynch si pone la stessa domanda. La pone a se stesso, in quanto personaggio interno alla trama, ma anche in quanto autore che di quel processo è artefice, una delle menti sognatrici che genera quegli stessi elementi del sogno che, per altri canali, si trova a dover decifrare.

We are like the dreamer, who dreams, and then lives inside the dream.

La citazione, tratta a sua volta da Eternal Stories from the Upanishads, assume un valore più alto nel momento in cui teniamo ferma questa coincidenza di ruoli tra autore e protagonista. E d’altra parte cos’è il sogno dentro al sogno che Gordon narra ai suoi colleghi, se non una rielaborazione ideale di fantasie e desideri inconsci del loro autore? La scomparsa di David Bowie, elemento esterno alla storia, esercita una forza attrattiva irresistibile che porta ad inserire un segmento ripreso da Fuoco Cammina con Me in cui vediamo Philip Jeffries, proprio il personaggio interpretato dall’artista. E d’altra parte esiste un altro filtro ancora, quello del sogno interno al sogno, in cui Gordon immagina un’apparizione ideale di Monica Bellucci (non ci sorprendiamo nemmeno più), nei panni di se stessa, a indicargli una rotta che egli stesso conosce.

Mettendo da parte Vedismo e altre filosofie orientali, come sempre elemento di fascinazione per Lynch, il segmento riprende l’idea di exposition tradizionale e secca già vista in precedenza. Albert espone a Tammy in modo netto i fatti del primo Blue Rose case, e svolge addirittura per noi l’atto di interpretazione, distinguendosi dal solito approccio che ci lascia solo l’interpretabile. L’intreccio a quel punto scatta ulteriormente in avanti, prima mettendo in contatto lo sceriffo Truman e Cole – si parla delle pagine del diario e dei “due Cooper” – e poi costruendo un inatteso collegamento con Dougie. Si tratta di Diane, che scopriamo essere la sorella di Janey. Coincidenza non da poco, tanto da pensare che difficilmente si tratti di questo.

Come il Re Rosso di Alice attraverso lo specchio, che sogna il mondo di cui fa parte, David Lynch plasma attraverso un linguaggio onirico un paesaggio di cui egli stesso è protagonista. Risvegliarsi dal sogno significa far crollare l’illusione. E la sua creatura ne condivide l’approccio. Twin Peaks è infatti una storia che narra se stessa, che inscena ora attraverso cornici ora attraverso spazi teatrali (ma pensiamo anche allo schermo enorme della scorsa puntata) il proprio racconto. In una costante intercambiabilità di ruoli, gli attori escono dalla rappresentazione, o meglio vi entrano ad un livello più profondo. È un sogno visto dentro un sogno, che in questo caso diventa un ripasso degli eventi attraverso una finestra nella Loggia Bianca.

Andy, che della purezza è un simbolo, è il prescelto nel gruppo di quattro che si reca al Jack Rabbit Palace, inquadrato in movimento di macchina che crea un’affinità con quello del “white palace”. Sorta di simulacro ideale del bene presso Twin Peaks, in contrapposizione forse con il portale per la Red Room, il “grande ceppo” nel bosco conduce Andy in un ambiente insieme al Gigante. Che ora, nell’ennesima contrapposizione ideale dello show, potremo chiamare “Fireman”. Colui che deve spegnere il fuoco della sofferenza nel mondo mostra a Andy stralci del passato e forse del futuro Accompagna il tutto l’apparizione di Naido, la donna senza occhi incontrata da Cooper tempo prima nella Loggia Bianca. L’orario, 2:53, crea un ulteriore collegamento con l’uscita di Cooper.

Is all that we see or seem/But a dream within a dream?

La citazione da Edgar Allan Poe, che ci sembra affine al discorso fatto finora, si applica quindi a tutto il resto dell’episodio. Che ancora una volta, dopo aver nettamente portato avanti il discorso della trama generale, innesta le solite esplosioni di caos calmo e inquietudine latente che permeano l’ambiente. Avremo quindi un lungo discorso fatto da Freddie a James nel quale il primo spiega il perché del suo guanto verde e la sua esperienza con Fireman. Quindi ancora una volta tornano i rumori del Great Northern, stavolta raccontati da una prospettiva diversa. Chad viene arrestato, ma ad attirare l’attenzione è un uomo rinchiuso in cella vicino a lui sul quale sinceramente è difficile teorizzare. Infine, torna il misterioso Billy nei discorsi di Megan e Sophie alla Roadhouse, e avremo anche un accenno a Tina.

Nel momento più inquietante dell’episodio, Sarah Palmer uccide un uomo in un locale dopo che questi l’aveva avvicinata. Più che il cosa, è il come a turbare. Come Laura, anche Sarah solleva il velo delle apparenze che copre il suo volto (in quel caso c’era luce), scoprendo una visione orrorifica che conferma quella che potremmo definire come una vera possessione. Sarah ha sempre avuto un canale speciale con il sovrannaturale, ma in questa terza stagione il personaggio che ci viene presentato ha subito una metamorfosi oscura e ormai appare più come un involucro umano che contiene il male.