James Joyce affermò di scrivere per “il lettore ideale che soffre di un’insonnia ideale”, e similmente si potrebbe dire per quanto riguarda lo spettatore di David Lynch e quindi, per assimilazione, di Twin Peaks. Il “tele-lettore” si allinea alle prospettive autoriali e narrative di un processo per immagini che sconvolge e turba nel profondo. Soffre di un’insonnia ideale, lo spettatore ideale di Twin Peaks, che lo conduce attraverso impervi sentieri della mente, lungo scale da incubo, verso stanze oscure. Non vi è luce, ma forse una mano nel buio alla quale aggrapparsi per tornare a casa, per un ultimo addio, per un tardivo abbraccio, per un risveglio della mente. Il quindicesimo episodio della stagione di Twin Peaks è uno dei migliori visti finora.

Tendenzialmente siamo portati a dire che l’idillio amoroso tra Ed e Norma, a quanto pare finalmente destinato a trovare soddisfazione, nasconde qualcosa sotto la patina di romanticismo. Nadine lascia libero Ed forse per un’infatuazione (temporanea?) per il dottor Jacoby, e nulla impedisce che nei prossimi episodi non torni alla carica ancora una volta. Speriamo di no, naturalmente. Notiamo e apprezziamo la sottigliezza con cui la scrittura confina Ed in un limbo di attesa dopo la dichiarazione d’amore a Norma, impegnata com’è quest’ultima a parlare con Walter. Per l’ultima volta, il personaggio che ha atteso tutta una vita è chiamato ad aspettare ancora una volta, e in quella mano sulla spalla c’è tutto il valore di un gesto semplice che ha un significato enorme.

Ora, il momento evidentemente gioca sull’anima soap a metà tra parodia e trattazione sincera. Tutto è raccontato con enfasi, tra immagini, musica e reazioni eccessive, come quella di Shelly che guarda i due innamorati. Twin Peaks gestisce l’equilibrio tra i generi, da sempre, rinnegando una mediazione e un appiattimento generale, ma al contrario abbracciando le estremità di ognuna delle sue anime. Il grottesco declinato secondo la radice della rom-com, dell’horror, del comico e di quel che ci potrà venire in mente. E il resto dell’episodio conferma questa tendenza, giocando su momenti diametralmente opposti tra di loro.

Il continuum spazio-temporale viene messo in discussione, come è tradizione, su due livelli. Il primo interno alla narrazione (“is it future or is it past?”), il secondo a livello esterno, con i soliti escamotage di montaggio che confondono e spiazzano. Localizzare la storia di Becky e le telefonate rispetto a tutto il resto è difficile, così come ormai i dialoghi di Audrey e Charlie ci appaiono come un unico flusso di situazioni molto ristrette. A livello inconscio, tutto questo crea una costante destabilizzazione nella fruizione dell’opera, che funziona anche in modo opposto. Esempio, le prime due scene dell’episodio, con il dialogo Ed-Nadine seguito da quello tra Ed-Norma, sono legate da un rapporto di causa-effetto, da un prima-dopo molto chiari. Ci appare scontato, ma qui non lo è affatto! Anzi, proprio la scelta di raccontare la storia in modo così canonico si lega alla presunta “normalità” del momento.

Ecco invece che la confusione ritorna nei momenti più spiazzanti. Steven e Gretchen nei boschi, sfiniti, per niente lucidi, armati, terrorizzati. Una fuga precipitosa? Un suicidio? Cyril Pons, interpretato da Mark Frost, vede la coppia e corre ad informare Carl Rodd. L’inquadratura sulla roulotte di Becky ci dice che forse qualcosa di terribile è accaduto. Idem per i momenti di Audrey. Abbiamo già trattato l’anima surrealista del suo ambiente e della sua storyline, e non c’è né sorpresa né, a questo punto, frustrazione, nel vederla anche questa settimana prigioniera dell’appartamento. Solo la constatazione di qualcosa che non funziona, non sappiamo se a livello di forma del racconto (Lynch è semplicemente sadico) o di storia.

twin peaks

Il Cooper malvagio intanto interpreta le indicazioni fornitegli da Ray e si reca al Dutchman’s. Si tratta di un’area extradimensionale, pervasa da un’aura di malvagità, ma forse ancora una zona di passaggio. Si trova “above the convenience store” che a questo punto ben conosciamo ed era già stata utilizzata come location per il motel visto in Fuoco Cammina con Me. Cooper viene accolto da una figura che viene presentata come “Bosomy Woman”, ma che è interpretata da un uomo (Malachy Sreenan), che poi rivedremo in chiusura di episodio per un’ultima apparizione sui titoli di coda. Prima del fatidico incontro con Philip, Cooper entra in contatto con i woodsmen che dimorano nel luogo e il tutto ci riporta alle visioni avute nel portale nel cielo di Part 11.

Appare anche The Jumping Man, indecifrabile personaggio già visto nei Missing Pieces. Questa sorta di incarnazione, che ci sentiamo di identificare come malvagia, sembra pervasa, quasi posseduta da quelle scariche elettriche che tanto sono importanti, e che torneranno ancora dopo nell’episodio. Qui a colpire è il volto di Sarah Palmer, che si agiterebbe nella confusione di immagini sovrapponendosi a quello dell’uomo. Infine, Cooper incontra Philip Jeffries, o quel che ne resta.

Abbiamo un assaggio di David Bowie tramite flashback, ma già la voce è quella nuova che pronuncerà nuove parole. Nulla da dire sulla capacità di Lynch di rimpiazzare i suoi attori. Se Michael J. Anderson era diventato un albero elettrico, David Bowie si trasforma in una specie di teiera gigante che parla e sbuffa numeri. E che ci fa venire in mente quegli strani artefatti visti nella Loggia Bianca. Si parla di Judy, contatto misterioso avuto da Philip in passato. Le teorie sul personaggio sono molte (su tutte quella che vedrebbe Judy come un nome in codice per Garland Briggs) ma è meglio lasciar perdere e non avventurarsi in territori oscuri. Quel che emerge è che a quanto pare Philip c’entra poco con quanto accaduto finora, e che qualcun altro sta manovrando i fili (MIKE?). Fuori dal convenience store si trova Richard Horne.

In questo sistema di personaggi che scompaiono e altri che si riuniscono, Twin Peaks quando può riesce a rielaborare se stesso, contravvenendo a quell’approccio respingente spesso visto, e lasciandosi andare alla narrazione più emotiva. Ed è un colpo al cuore lo straziante commiato di Catherine Coulson (“Hawk, I’m dying”), che a un certo punto non avrà nemmeno più bisogno di poggiare la cornetta all’orecchio per dire “It’s time, there’s some fear in letting go”. Lynch spegne il personaggio e le luci intorno a lui per narrare su piani diversi la dipartita dell’attrice che, a quel punto, nei titoli di coda verrà celebrata con un “in memory of Margaret Lanterman”.

Per un personaggio che ora riposa per sempre, altri si risvegliano. Il percorso di Dougie in quanto centro di equilibrio per il suo microcosmo e perno di bontà per le persone intorno a lui, si è compiuto, e la frase di Janey ne sancisce la conclusione. Guardando Viale del Tramonto alla tv, Dougie riconosce il nome Gordon Cole e assistiamo ad una prima trasfigurazione. Maschera di maschera, Kyle MacLachlan cambia espressione. “There’s some fear in letting go”, ma il momento, finalmente, pare giunto. Dale Cooper prende la forchetta, la infila nella presa della corrente e prende la scossa. Lampi. Urla. Buio.