Quanti episodi ci vogliono per diventare un cult? Probabilmente, e Firefly insegna, non molti. Allora non è tanto una questione di minutaggio a disposizione, quanto della capacità di penetrare nella cultura popolare e di farlo magari negli tempi molto lunghi tra la release di una stagione e l’altra. E senza dubbio la terza annata di Rick and Morty si è fatta attendere parecchio. Il season finale della seconda, andato in onda nell’ottobre del 2015, lasciava gli spettatori in balia di un cliffhanger quasi estraneo alla natura dello show, fino a quel momento molto episodica. Al suo ritorno, con una première rilasciata – come uno scherzo molto realistico – il primo aprile scorso, la serie ha trovato ad attenderla i frutti di un’eredità seminata nelle prime due stagioni e sbocciata in seguito fortissimo in rete. Una fiducia confermata ancora in un’ottima terza stagione.

E quindi sono ancora Rick Sanchez e il nipote Morty gli avventurieri un po’ per necessità, un po’ per noia, che vagano tra i multiversi a volte combinando più guai di quanti riescano a risolvere. Ad accompagnare e sostenere le loro avventure c’è sempre il cinismo cosmico di Rick, l’uomo annoiato e impossibile da sorprendere. I dieci nuovi episodi della serie, in onda su Adult Swim, tornano a giocare con la grande contraddizione, che poi incarna lo spirito stesso dello show. Cioè la capacità di costruire un intreccio episodico accattivante e sorprendente, a fronte della continua ripetizione delle stesse risposte emotive di Rick, che non farà altro che disinnescare qualunque nostro senso di meraviglia e ammirazione con le proprie parole e azioni.

Arrivati alla terza stagione, ci aspetteremmo un intreccio più forte, caratteri in evoluzione, una mitologia più marcata. E invece la serie ideata da Dan Harmon e Justin Roiland segue la stessa strada delle prime due stagioni. Magari Morty sarà un po’ più disilluso nei confronti di Rick, e lo stesso, scienziato accetterà qualche limite alla propria onnipotenza di fronte all’idea di perdere una famiglia e un universo a cui in qualche modo perverso ha dimostrato di tenere. Però tutto rientra sempre nei ranghi di una serie molto episodica, che risolve il cliffhanger senza troppe conseguenze per la trama, che imbastisce un mezzo conflitto famigliare – la separazione tra Beth e Jerry – risolvendolo però alla fine della stagione. Ci sono riferimenti a Birdperson e Tammy, a Evil Morty, alla natura di Beth, ma non abbiamo mai la sensazione che questo sarà veramente importante per il futuro.

Dan Harmon viene dalla scrittura di Community, e si vede. La comedy della NBC non aveva grandi intrecci stagionali, e quando provava a costruire relazioni, ad esempio amorose, nel lungo periodo, cadeva nel già visto. Rick and Morty, come quello show, vive allora di esplosioni immediate e dirompenti. Sono esplosioni letterali, come quelle che dilaniano i corpi di umani e alieni in una serie violenta che non risparmia niente agli occhi e allo stomaco dello spettatore. Ma sono anche esplosioni più figurate, quelle di scrittura che vedono Rick rompere la quarta parete, che giocano con i generi del racconto e con le possibilità della fantascienza. Ciò accade ad esempio in Ricktlantis Mixup, episodio migliore della stagione, una perla di scrittura.

Nei suoi momenti migliori Rick and Morty vive di una frenesia del racconto che getta nella mischia un’idea geniale dopo l’altra, senza altra spiegazione che non sia quella del contesto. Accade nello scontro incalzante tra il Rick purificato e quello maligno di Rest and Ricklaxation, accade con l’apparizione di due piccoli gemelli superpotenziati in The Rickchurian Mortydate. E capita che questa follia controllata sia palesemente il perno di episodi interi, come accade in Pickle Rick, episodio manifesto della stagione e per certi versi punto di non ritorno per lo show. Mischiando action anni ’80 e fantascienza alla Cronenberg, Rick and Morty ci mette di fronte ad un episodio che è cult ancor prima della messa in onda, che sa benissimo di esserlo e che sfonda la quarta parete più di quanto ogni riferimento di Rick potrà fare.

Qui, come nei migliori episodi a tema di Community, la gioia del racconto si mischia ad un controllo maniacale sulle strutture della narrazione e sui limiti di una storia che si vanta in ogni istante di non averne. Rick and Morty dà l’illusione di essere puro caos, ma è sempre un caos controllato, che parla alla consapevolezza dello spettatore. E che, tornando al discorso iniziale sull’evoluzione dei personaggi, spesso sa togliere più di quanto concede. Come i più cinici e spudorati personaggi della televisione recente, anche Rick esercita un grande fascino su di noi, che vorremmo compiacerlo pur sapendo che in cambio riceveremo solo insulti. Rick è il Dr. House, è Frank Underwood, è Sherlock, è Malcolm Tucker. E noi allora siamo Morty, non puri, ma ingenui, capaci di emozionarci sinceramente alla visione della squadra di superdifensori dell’universo, quelli di Vindicators 3: The Return of Worldender. Ci penserà la scrittura a ricordarci che tipo di show stiamo guardando.

Il primo aggettivo che viene da accostare a Rick and Morty è intelligente, e non è un caso. Come Rick nei confronti degli altri personaggi, la serie non deve nulla ai suoi spettatori. Né scontati percorsi di redenzione, né storyline stagionali che striderebbero con il nichilismo dello show. Rimane uno show cerebrale, stratificato, esaltante e divertente. Senza dubbio geniale e ispiratissimo.