Dopo l’efficace prologo dei primi due episodi, questa settimana Star Trek: Discovery ci presenta finalmente l’ambientazione principale dove la storia dell’ex primo ufficiale Michael Burnham si snoderà: la USS Discovery, capitanata dall’ombroso Gabriel Lorca (interpretato da Jason Isaacs). Un uomo che, a dispetto del proprio nome e della presenza di un iconico, tenero tribolo sulla propria scrivania, ha ben più dimestichezza con la guerra e la menzogna che non con la poesia, e che giganteggia in una terza puntata profondamente diversa da quanto mostrato finora dalla serie, sebbene in tutto e per tutto coerente.

La Burnham che ritroviamo all’inizio di Il contesto è per i re (questo l’emblematico titolo dell’episodio) è una donna distrutta, per nulla spaventata dinnanzi alla prospettiva di perdere la vita mentre sta venendo trasferita in una colonia penale: sono passati 6 mesi dalla sua sentenza a seguito dell’ammutinamento, e l’intera Flotta Stellare l’addita come unica responsabile della guerra con Klingon attualmente in corso. La donna non controbatte alle accuse più ingiuriose, in una sorta di autopunizione per aver contribuito, seppur non intenzionalmente, alla morte di più di ottomila persone.

Un banale incidente – che scopriremo essere stato intenzionalmente provocato da Lorca – fa finire la detenuta sulla Discovery, dove il capitano la coinvolge in prima persona in una missione ad alto rischio: il recupero di un progetto scientifico portato avanti assieme a una nave gemella, il cui equipaggio sembra essere stato decimato da una minaccia orrenda e sconosciuta. Sarà questa l’occasione per un riscatto di Burnham agli occhi di parte dell’equipaggio della Discovery e, cosa più importante, un gradino necessario nel percorso di auto-assoluzione, ancora lontano dall’essere completato.

Star Trek Discovery

Sonequa Martin-Green conferma quanto di buono visto nella prima doppietta di episodi, ma sono le new entry della Discovery ad attirare la nostra attenzione. Alla magnetica prova offerta dal già citato Isaacs, si affiancano il giovane, estroverso cadetto Sylvia Tilly (interpretato da Mary Wiseman) e l’ufficiale scientifico Paul Stamets (che ha il volto di Anthony Rapp); ritroviamo poi Saru (un piacere ritrovare il personaggio di Doug Jones), promosso a primo ufficiale. Proprio quest’ultimo dimostra, nei confronti di Burnham, dei sentimenti contrastanti di stima e biasimo, che costituiscono uno degli elementi più interessanti del panorama psicologico che Star Trek: Discovery sta delineando.

La potenza visiva dell’astronave sospesa nel cosmo e dei mondi che Burnham intravede durante la subdola proposta di Lorca dissolvono il timore che la cura estetica dei primi due episodi potesse scemare nel prosieguo della storia; la regia di Akiva Goldsman non conosce, in questa sede, le sbavature che sovente abbiamo riscontrato in altre sue fatiche (su tutte, il melenso Storia d’Inverno). Inoltre, le tinte horror delle sequenze all’interno della nave gemella e le terrificanti distorsioni dei cadaveri smembrati aggiungono sfumature a una tavolozza di colori emozionali che si sta rivelando più ricca di quanto auspicato.

Alle ottime premesse gettate la scorsa settimana, stanno facendo seguito conferme e miglioramenti sul fronte narrativo. L’auspicio è che il viaggio della Discovery, letterale quanto metaforico, continui a regalarci quell’ intrattenimento di qualità che il franchise di Star Trek ha saputo garantire nelle sue fasi più gloriose.