Non esiste nessun’altra serie in tv simile a The Crown. E questo giudizio non riguarda il lavoro sulla ricostruzione, i costumi, le musiche, e tutto il comparto che rende un colpo d’occhio la serie di Netflix. No, The Crown è diversa da qualunque altra serie perché si pone nei confronti della scrittura seriale tramite un approccio differente rispetto a ciò che è consuetudine, rispetto a ciò che qualunque altro showrunner giudicherebbe normale. A fronte di una vicenda storica che chiunque conosce a grandi linee, lo show di Peter Morgan, infatti, pone l’enfasi sulla costruzione del momento piuttosto che sull’intreccio superficiale, sull’approfondimento psicologico piuttosto che sulla meraviglia della scoperta. Risultato è un gioiello di rara bellezza, che riesce nel miracolo di conciliare un rigore invidiabile ad una forza viscerale nella scrittura.

I dieci episodi che compongono la seconda stagione raccontano una nuova fase della monarchia di Elisabetta II. A cavallo tra gli anni ’50 e i primi anni ’60, la regina deve conciliare il proprio ruolo di sovrana con quello di madre e moglie. Lo scopo è quello di preservare il valore dell’istituzione da lei rappresentata, e di farlo di fronte ad un mondo che cambia velocemente e non si attarda a dare la mano alle strutture del passato. La crisi di Suez, gli scandali in patria, la presidenza Kennedy, la perdita di prestigio della vecchia Inghilterra al sorgere delle nuove Superpotenze mondiali, tutto questo impone una riflessione, lenta ma inesorabile, che si sbroglia nell’arco di quasi un decennio. La Corona non ne uscirà indenne, ma forse sarà più consapevole dei propri limiti.

Siamo abituati a considerare le serie Netflix come dei lunghi film da dieci o tredici ore, secondo le circostanze. Questo perché ci piace pensare a delle lunghe storie che avanzano secondo i loro tempi e raccontano un percorso compiuto. The Crown è completamente diversa. Questi dieci episodi somigliano a dieci film condensati in un’ora. Tale è la forza e la portata delle storie narrate di volta in volta, e la diversa ambientazione temporale fa il resto. Dunque una seconda stagione che conferma con decisione l’approccio della prima, costruendo puntate molto episodiche che pongono una questione, ne raccontano lo svolgimento e quindi pervengono ad una sorta di conclusione. Questo modo di porsi, che a primo sguardo fa tanto tv vecchia, qui viene plasmato per costruire qualcosa di immenso valore.

Quella prospettiva storica che spesso si rivela una trappola per adattamenti che o ne sono ingabbiati o affondano nella retorica, qui viene affrontata con una lucidità invidiabile. Non si tratta mai di narrare una storia che basta a se stessa e che gioca sul piacere della consapevolezza dello spettatore, ma di scavare nelle nicchie di possibilità offerte dalle ombre di palazzo. Se Elisabetta, in quanto persona, è soverchiata e costretta in ogni istante dalle imposizioni del proprio ruolo, la regia affonda nella sua psicologia come in quella degli altri caratteri, sollevando un velo su parole non dette, rabbia repressa, desideri inconfessabili. E su tutto cade una patina di rigore, sofisticatezza, capacità di raccontare le urla tramite il silenzio. Anche la serie, come i suoi personaggi, non alza mai la voce.

O se lo fa utilizza la colonna sonora di Hans Zimmer (tema principale) e Rupert Gregson-Williams, un’ispirazione e un supporto fondamentale per i momenti più enfatici in cui si sposa con un montaggio di alto valore. The Crown riesce a fare propria la Storia, quella con la s maiuscola, e a consegnarla senza mai far trapelare un intento pedagogico o didascalico, ma sovrapponendovi una dignitosissima drammatizzazione degli eventi reali. Il resto vien da sé, e qui torniamo a quanto detto all’inizio. Il lavoro sulla ricostruzione, i costumi, la messa in scena, la fotografia è incantevole. Claire Foy per ovvi motivi spicca nel cast, ma ognuno, da Vanessa Kirby a Matt Smith, sa prendersi il proprio posto al momento giusto lasciando sempre trapelare una personalità profonda che trabocca rispetto ai limiti dell’etichetta di palazzo.

La regia è sublime. Nel primo episodio un’inquadratura di spalle sulla regina, senza mostrarne il viso, basta a raccontarci la sua lontananza dal confronto in cui dovrebbe essere impegnata. E comunque, anche ad inquadrarle il viso, sappiamo che nulla trasparirebbe dei suoi dolori personali. Dunque c’è sempre questa idea per cui il valore dell’istituzione è superiore alla persona in cui si incarna di volta in volta. In questo, The Crown è anche una lezione di politica alta, che restituisce valore e rispetto alla sacralità dei ruoli istituzionali – che rimangono cosa diversa dalle singole persone – e che riveste di grande importanza i gesti e le parole, soprattutto quelle non dette. Quel rigido autocontrollo che sfocia nella punizione e nella costante autoprivazione. Infine, non vi è nessuna differenza tra il maggiordomo Stevens di Quel che resta del giorno e i regnanti della Casa Windsor. Si tratta di servitori che sacrificano parte della loro umanità scomparendo tra le pieghe del ruolo, condannandosi ad un’infelicità soffocata in un sorriso.

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