La sperimentazione è una costante nella terza e quarta stagione di Black Mirror. Lo ripetiamo ad ogni occasione. Di fronte alla necessità di produrre più episodi, bisogna uscire dalla linea retta tracciata agli esordi e, approfittando della natura antologica dello show, costruire nuove soluzioni, narrative e di genere. D’altra parte, qualche limite dovrà esserci, ed è proprio su quel limite che si incaglia Metalhead, episodio della quarta stagione della serie Netflix diretto dal bravo David Slade (30 giorni di buio, Hard Candy). Si tratta di un thriller post-apocalittico in bianco e nero, un gioco di sopravvivenza giocato su scenari spogli e scarni. Ma il risultato è deludente.

Ci troviamo quindi in un futuro desertificato e terribile, in cui la razza umana soffre e lotta per la sopravvivenza. Tre persone si introducono in un magazzino con lo scopo di sottrarre qualcosa, ma vengono scoperte da un robot della sicurezza che inizia a dare loro una caccia serrata. In questo incipit a metà fra Mad Max e Terminator, seguiamo la donna protagonista, interpretata da Maxine Peake, che fugge disperatamente tra le lande desolate, cercando di trovare un modo per scampare all’inarrestabile segugio robotico.

Si tratta di un survival thriller che gioca sulla messa in scena in bianco e nero, sostenuta forse per costruire un’identità che questo ambiente di per sé non costruisce mai. L’ambientazione e il background sono scarni e puramente strumentali ad un intreccio che si mantiene estremamente basico. E non è tanto ciò che è presente ad essere dissonante, quanto ciò che manca rispetto agli altri episodi di Black Mirror. Il thriller, tanto in questa stagione quanto in quella precedente, non è una novità, ma si tratta di un genere che viene agganciato ad una messa in scena e una forma del racconto che è coerente con il resto della serie. L’abbiamo visto in Shut Up and Dance e in Crocodile.

In Metalhead, invece, mancano i legami con la contemporaneità, manca l’approfondimento dei rapporti umani e del rapporto tra umanità e ambiente, mancano le tematiche sociali e le metafore. In quaranta minuti c’è ben poco rispetto a ciò che la breve sinossi dell’episodio illustra, salvo una piccola rivelazione finale che dovrebbe aprire una lettura particolare nell’agire dei personaggi, ma che in fondo cade nel vuoto. Il senso di angoscia che normalmente emerge da una consapevolezza acquisita poco a poco, qui viene incarnato, o dovrebbe essere incarnato, dalla minaccia concreta della guardia meccanica, peraltro minimale e poco ispirata come design. Maxine Peake riesce a sostenere sulle spalle il peso della narrazione, e nemmeno possiamo dire che l’episodio sia particolarmente noioso. Ma in questa storia troppo istintiva e immediata manca il sincero brivido della mente, la lettura ulteriore e angosciante, la rivelazione necessaria.

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