Resistiamo a fatica ad aprire qualunque analisi della quarta stagione di Mozart in the Jungle a partire da una metafora musicale. Diciamo quindi subito che la serie di Amazon, così lieve nel suo scivolare tra diversi gradi di leggerezza e dramma, rimane ancora molto piacevole al suo quarto anno. È una serie che è al di fuori di qualunque considerazione su dramma o commedia tradizionali, anche se è molto più vicina a quest’ultimo genere; una serie mai completamente romantica, ma nemmeno completamente identificabile come storia di formazione e crescita. C’è la musica, ovviamente, e quella rimane, per noi come per i protagonisti dello show, il punto di riferimento principale cui aggrapparsi in ogni momento, nelle sue diverse declinazioni sperimentali e strumentali.

Se lo scorso anno era l’Italia, quest’anno è il Giappone. Ancora una volta con le sue specificità, un po’ macchiettistiche, ma in uno show che non cerca mai il realismo, ma anzi è molto sopra le righe, questo non è un problema. Ecco quindi che Rodrigo, Hailey, Gloria e gli altri volano nella terra del Sol Levante in cerca di possibili agganci per sostenere i loro progetti personali, su tutti quello di una orchestra giovanile. Qui non solo si scontrano con altri approcci musicali (vedremo un direttore d’orchestra robot, e in quale altro posto se non in Giappone?), ma anche con altri approcci umani alla musica. Ad esempio alcuni musicisti, non più tanto giovani, che si presentano ad un concorso, al quale partecipa la stessa Hailey, e lo vedono in alcuni casi come un’ultima spiaggia o una prova per non disonorare i loro genitori.

Mozart in the Jungle scivola agilmente tra le loro storie e quelle dei protagonisti, e in alcuni casi crea dei collegamenti interessanti, come lo stesso rapporto di Hailey con i propri genitori. C’è molto in questa stagione, scorrevolissima, della serie scritta da Roman Coppola e Jason Schwartzmann. C’è la storia d’amore ormai consolidata tra Rodrigo e Hailey; c’è la crisi creativa vissuta dal maestro, che non riesce più a parlare con Mozart; ci sono gli sperimentalismi del maestro Thomas con la sua orchestra meccanica; c’è un momento vissuto come uno spartiacque nella vita di Hailey, divisa tra la prospettiva “spaventosa” di dedicarsi ad una famiglia (la stagione si apre con un incubo) e rinunciare così ai suoi sogni di direttore d’orchestra, e viceversa il timore di inseguire o assecondare un sogno nel quale forse non si rispecchia più.

Tutti i personaggi di Mozart in the Jungle, chi più chi meno, sono così. Semplici, imperfetti, insicuri, tutti loro sempre alla ricerca di una prospettiva che non vedono ma possono solo immaginare, e che può coincidere con un sogno irrealizzabile, con un nuovo tipo di performance musicale, con la costruzione di rapporti nei quali credere fermamente. Ciò che rende questa dramedy (ma ancora non è una definizione azzeccata) così ispirata è la capacità di parlare un linguaggio tutto suo, nel quale i dialoghi a cuore aperto di Rodrigo e ora anche di Hailey (Gael Garcia Bernal e Lola Kirke sempre perfetti) con i grandi del passato diventano qualcosa di normale e integrato nello show.

Una serie in cui le new entry molto sopra le righe interpretate da Masi Oka e Michael Emerson contribuiscono ad aumentare quell’idea di leggerezza, quasi rarefazione, nei conflitti dello show, che invece tornano ancora più forti e inattesi. È il caso di un episodio molto particolare, l’ottavo, dedicato alla cerimonia del tè e intervallato da momenti onirici e teatrali. Si tratta solo della punta di diamante e dell’episodio speciale in una stagione che ancora una volta ha dimostrato di saper migliorare la propria identità stagione dopo stagione.

Consigliati dalla redazione