“Chi stai cercando di essere?” “Qualcuno che lui possa amare.” Nulla meglio dello scambio di battute tra Andrew Cunanan (Darren Criss) e la sua amica Lizzie Cote (Annaleigh Ashford) all’inizio di L’uomo giusto per capire il senso della tragedia umana dell’eccentrico, disorientato giovane che, di lì a un anno, si sarebbe tramutato in un feroce serial killer, lasciando alle proprie spalle ben cinque cadaveri prima di mettere fine ai propri giorni. Il dialogo è prodromo di un episodio che evidenzia, ancora una volta, la sindrome menzognera di Cunanan, leitmotiv di questa seconda stagione di American Crime Story.

Se finora le bugie del ragazzo sembravano limitarsi a un copione recitato in solitudine allo scopo di piacere al prossimo, nel tentativo di conquistare il cuore del brillante architetto David Madson (Cody Fern) Cunanan tenta qui d’inscenare una vera e propria drammatizzazione del proprio entourage, costringendo l’amico Jeff Trail (Finn Wittrock) a indossare, come nella miglior rappresentazione teatrale, costumi appositamente scelti allo scopo d’interpretare un personaggio fittizio di cui Andrew necessita per la propria commedia seduttrice.

C’è un’eccelsa capacità di descrivere la sottile follia allucinatoria di Cunanan, fatta di piccole assurdità che vanno a formare un mosaico aberrante e psicolabile. C’è, altresì, un’umanissima pietas nel dipingerne l’innamoramento quasi infantile nei confronti di David, destinatario di una passione idealizzata in cui l’ebbro naufrago Andrew vuole a tutti i costi ravvisare il proprio atollo di potenziale felicità e quiete, nonché il parametro definitivo in base a cui costruire la propria personalità creata ad arte.

Alla disperata ricerca di una stabilità utopica, l’indefinito Cunanan di American Crime Story diviene argilla sotto le proprie mani, che identificano di volta in volta un committente con diverse pretese, ai suoi occhi, verso ciò che dovrebbe essere: nel suo continuo mutamento risiede la sua tragedia, magnete di sciagura che attira tutti coloro che orbitano attorno a lui. Solo il maturo amante Norman Blachford (Michael Nouri) riesce, in un momento di cristallina analisi, a lasciare – o, per meglio dire, farsi lasciare – da Andrew, sfuggendo probabilmente al triste destino che accomunò Lee Miglin, David Madson, Jeff Trail e Gianni Versace (senza calcolare l’uccisione “collaterale” dello sventurato William Reese).

American Crime Story

La frenesia plasmatrice di Cunanan si esplica a meraviglia nella sequenza in cui, dopo aver accolto l’amato David nella suite di un prestigioso albergo a Los Angeles, lo porta a fare shopping invitandolo a vestirsi come l’uomo che vuole diventare. Questo è l’anelito su cui si basa tutta la vita di Andrew, un miraggio tremolante di forme antropomorfe che cambia aspetto in funzione dei gusti di chi desidera compiacere. Aiutato dalle finanze degli uomini facoltosi a cui s’accompagna, Cunanan annaspa nel patetico tentativo di attirare David con lo sfavillio del lusso, trincerandosi dietro una generosità sottilmente ricattatoria che gioca sul filo della soggezione e del senso di riconoscenza provato dal giovane architetto.

Inseguendo un modello di perfezione forgiato su quelle che ritiene essere le preferenze di David, Andrew perde l’unica possibilità di assicurarsi un sincero interesse sentimentale da parte del ragazzo, che ben presto deve arrendersi dinnanzi alla cattedrale di bugie che Cunanan fa svettare sempre più alta. Solo e rifiutato da chi, pur bendisposto nei suoi confronti, è stanco di osservare l’avvicendarsi di maschere su un volto inconoscibile, Andrew sotto droga delira di un incontro con Versace (Edgar Ramirez) che, a dispetto dell’apparente asservimento di quest’ultimo, finisce col decretare la completa disfatta di Cunanan, incapace d’essere amato.

Andrew cerca quindi riparo presso la madre Mary Ann (Joanna Adler). È così che, per la prima volta dall’inizio della serie, riusciamo a scorgere cosa si celi dietro la coltre mistificatrice delle sue favole: un ragazzo fragile e gravato dal peso delle aspettative materne. Tutto ha origine lì, sembra suggerirci lo sceneggiatore Tom Rob Smith, tra le carezze di una donna che delega al figlio la rivincita sulle sconfitte da lei patite, inducendolo alla ricerca di una falsa identità che possa farla felice e, di conseguenza, salvarlo dal disprezzarsi. Anche la migliore infanzia fronteggia, prima o poi, lo sciagurato divario tra l’ideale sognato dai genitori e lo spontaneo, imprevedibile sviluppo di un individuo autonomo. Il Cunanan di American Crime Story fallisce l’accettazione di questo primo e imprescindibile gap, restando ingabbiato in un assurdo gioco che lo rende autore, interprete e unico fruitore convinto di un’eterna, desolante messinscena.

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