“Andrew voleva mostrarvi il suo dolore. Voleva farvi sapere che era nato nella menzogna. Andrew non si sta nascondendo: vuole essere notato.” Nelle parole di Ronnie Holston (Max Greenfield) è riassunto il paradosso che percorre tutta Solo, puntata conclusiva della seconda stagione di American Crime Story. Nell’estremo tentativo di emergere da una mediocrità di cui ha avvertito il sapore all’indomani dell’abbandono paterno, Andrew Cunanan (Darren Criss) si crogiola nel sogno di una fuga impossibile, godendo inizialmente della propria immagine sugli schermi televisivi della casa galleggiante in cui, dopo l’uccisione di Gianni Versace (Edgar Ramirez), ha trovato riparo.

Ben presto, il delirio d’autoesaltazione assume i terrificanti connotati di una condanna globale, attraverso le voci dei familiari delle vittime del serial killer: è tuttavia la testimonianza del padre Modesto (Jon Jon Briones), che in televisione snocciola una sequela di menzogne millantando accordi con Hollywood per un biopic sul figlio ancora ricercato, a decretare il definitivo crollo della già compromessa psiche di Andrew, la distruzione completa e definitiva delle sue vane speranze appese all’ennesima promessa bugiarda del genitore (“Dammi ventiquattro ore, vengo a prenderti”). Nello schermo della tv, Andrew vede se stesso, riflesso nella figura paterna da cui ha da sempre cercato di differenziarsi (“Non sono come te,” aveva detto a Modesto nell’ottava puntata).

Nei 54 minuti del suo finale di stagione, American Crime Story ritrova tutte le tematiche sfiorate, nel corso dei precedenti otto episodi, dall’abile penna di Tom Rob Smith: dalla sopracitata menzogna, arma primaria di Andrew, alla serpeggiante omofobia che – suggerisce la serie – fu alla base del lassismo della polizia nella ricerca dell’assassino. Omofobia che devasta la carriera militare di Jeff Trail (Finn Wittrock) e affligge l’infanzia di Versace, e che in Solo vediamo declinata in una delle forme più aberranti: la voluta omissione del prete che celebra il funerale dello stilista, solerte nel ricordare il dolore di Donatella (Penelope Cruz) e Santo (Giovanni Cirfiera) ma prontamente dimentico nei confronti del fidanzato Antonio (Ricky Martin), protagonista di un climax depauperante che lo spingerà a tentare il suicidio.

Ma il dramma centrale di American Crime Story resta, anche in questo frammento conclusivo, quello di Andrew Cunanan: un brillante ammaliatore allevato come un principe, a cui però la società ha portato via il regno promesso, pezzo dopo pezzo, illusione dopo illusione. Ecco dunque l’accerchiamento finale, con i fumogeni sparati all’interno della casa galleggiante, divenire emblema di questo processo di brutale sottrazione in cui, a un Andrew senza più forza di reagire – poco prima, Sansone senza alcuna Dalila, si era rasato la testa – non resta nulla da vedere, nulla da sognare. Niente all’infuori dell’arma da rivolgere contro di sé, spogliato una volta per tutte di ogni travestimento, reale o figurato.

Lo sparo che mette fine alla vita di Andrew innesca una sequenza introdotta nel primo episodio della stagione, un incontro – reale o sognato, poco importa – tra il giovane e Versace. Il dialogo nel teatro vuoto è, comunque, una forma di verità valida per Andrew, o almeno ne è la trasfigurazione. Forse non ci fu neppure uno scambio di battute tra Gianni e il suo futuro carnefice; forse fu solo un incrocio di sguardi, o la silenziosa contemplazione di un poster, come ipotizzato da Darren Criss in una recente intervista. Ciò che conta è come quel momento abbia condizionato ogni singola scelta successiva di Andrew, in un beffardo domino distruttivo che culminerà proprio col suo suicidio, attuato nell’eco distorta di quella solitudine provata da Antonio, da Marilyn Maglin (Judith Light), da Howard Madson (John Lacy). Vittime indirette della furia di Andrew, persone rese sole dalla sua ferocia cannibale.

“È solo un ragazzo”, dice l’energica detective Lori Weiger (Dascha Polanco) mentre il cadavere di Andrew viene esaminato dalla scientifica, e in quelle parole quasi pietose leggiamo a chiare lettere la tragedia di un uomo che ha lottato tutta la vita per sfuggire a una definizione così banalizzante, macchiando di sangue le proprie mani nell’affannoso anelito a un colore che lo caratterizzasse come speciale. Ma non c’è nulla di più banale della morte, e il fallimento di Andrew si materializza nella sciatteria della sua sepoltura: un loculo tra tanti, una targhetta tra tante, un nome tra tanti, spietato negativo della dorata urna “confortata di pianto” di Versace. Con l’ultima, alienante immagine del corridoio del cimitero che conserva i resti di Cunanan, American Crime Story risponde al foscoliano interrogativo sul sonno della morte, raggelando il suo pubblico con la permanenza post-mortem della divisione tra gloria e desolante anonimato.

Di questa seconda stagione, resterà al pubblico non solo la contrapposizione tra lusso e squallore, brama e incubo di Cunanan, ma soprattutto la strenua battaglia di un uomo contro la realtà, al disperato inseguimento di un sogno destinato a restare tale e, proprio per questo, irrinunciabile alternativa al monotono grigiore della vita ordinaria. Come enunciato da Thomas Edison, “la visione senza esecuzione è solo un’allucinazione”: l’allucinata visione di Andrew è stata tradotta – complice un gigantesco Darren Criss, di cui elogiamo ancora una volta l’impressionante policromia emozionale – in una sinfonia televisiva di abbacinante, struggente bellezza.

American Crime Story

American Crime Story va in onda su FX dallo scorso 17 gennaio, e viene trasmessa in Italia in contemporanea su Fox Crime.

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