Morire da uomini o sopravvivere da animali: questo il tragico dilemma al centro di Il Mare, Il Mare, Il Mare Aperto, penultimo episodio di The Terror. Dopo un incipit nella civilissima Londra, in cui Charles Dickens (Tristan Teller) aiuta Lady Jane (Greta Scacchi) nel tentativo di radunare le risorse per far partire una missione di soccorso, la narrazione percorre per la prima volta due binari geograficamente paralleli, due storyline distanti poche miglia, eppure lontane anni luce l’una dall’altra in termini di sentimento e moralità.

Da un lato abbiamo Cornelius Hickey (Adam Nagaitis) con il suo gruppetto d’ammutinati e il povero Harry Goodsir (Paul Ready) al seguito: mentre il saturnismo derivato dall’assunzione di cibo in scatola debilita sempre più Gibson (Edward Ashley), il capo dei ribelli insinua per la prima volta nel tenente George Hodgson (Christos Lawton) l’allettante spettro di un pasto a base di carne fresca, sia pur umana. A qualche chilometro, ben diverso è l’atteggiamento del capitano Francis Crozier (Jared Harris), sempre più legato al suo rivale d’un tempo James Fitzjames (Tobias Menzies).

Nel liberarsi del cibo in scatola per proseguire la marcia più agilmente, Crozier decide di lasciare una tettoia a ripararlo, destinandolo agli ammutinati come una mano tesa in segno di tregua. È un uomo nuovo quello che osserviamo in Il Mare, Il Mare, Il Mare Aperto: come osserva Fitzjames, parafrasando quanto detto anni prima al compianto Sir John Franklin, “ora ama i suoi uomini più di Dio”; il cupo individualismo osservato nei primi episodi lascia qui spazio al carisma di un leader consapevole e magnanimo, comprensivo nei confronti delle umane debolezze della sua ciurma e determinato fino alla fine a mantenere intatto il quid che distingue l’uomo dalla bestia.

The Terror

Crozier non è certo il solo a essere cambiato nel corso delle puntate di The Terror: in questo preludio al gran finale, anche Goodsir sembra aver mutato i propri caratteri distintivi. Messa da parte la pietà, non risparmia al sofferente Gibson dettagli sui dolori tremendi che l’affliggeranno fino a portarlo a una morte orrenda. Di lì a poco, tuttavia, le pene del giovane verranno stroncate dal coltello dell’ex amante Hickey, predatore in agguato che sferra il colpo fatale sulla preda che diverrà il pranzo dei sopravvissuti.

Nulla delle atrocità finora mostrate in The Terror può preparare lo spettatore alla catena di dolorose perdite che si susseguono in Il Mare, Il Mare, Il Mare Aperto: al divoramento cannibale in atto nel campo degli ammutinati, infatti, fa da contraltare la struggente sequenza della morte di Fitzjames, ormai preda di spasmi insopportabili a causa dell’avvelenamento da piombo. Ucciso dalla mano clemente di Crozier, Fitzjames saluta il mondo dei vivi offrendo il proprio corpo in pasto ai superstiti. Il commiato tra i due capitani è, con tutta probabilità, il momento più straziante che The Terror ci abbia riservato finora, supportato dal duello di bravura tra Harris e Menzies.

Mentre Hickey e gli altri – a eccezione di Goodsir – consumano il loro abominevole pasto, Crozier concede al giovane compagno d’avventura l’onore di una sepoltura invisibile, in modo da preservarlo dalla fame degli “animali” che, in questo caso, non sono altro che gli ammutinati in fuga. Il rispetto del cadavere di Fitzjames è, nelle condizioni estreme in cui si trovano i fedeli di Crozier, circonfuso di sacralità; la morte risparmia al defunto l’oltraggio delle prestanti carni che furono, in vita, parte integrante del suo vanto.

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In un gioco di riflessi, un disperato Hodgson confida a Goodsir semiaddormentato un ricordo d’infanzia legato all’eucarestia cattolica; se cibarsi del corpo e del sangue di Cristo fu, per il piccolo George, atto di catarsi e purificazione dai peccati, l’ingestione dei resti di Gibson rappresenta l’irrimediabile caduta nell’inferno dell’abiezione morale, senza possibilità di risalita. Entrambe immerse nelle acque stagnanti della disperazione, le due linee narrative speculari di Hickey e Crozier si fronteggiano, rappresentando l’una il negativo dell’altra: da un lato le belve, più sane nel corpo ma degradate nell’anima; dall’altro l’ultimo, ammirevole baluardo d’umanità ormai ridotto a brandelli.

Il lutto per la perdita di Fitzjames non è l’ultimo dolore che Il Mare, Il Mare, Il Mare Aperto riserva a Crozier: anche il leale Thomas Jopson (Liam Garrigan) cade ammalato, assistito dal suo capitano in un triste capovolgimento di quanto visto in Pietà. Ben presto anche Thomas Blanky (Ian Hart), fidato amico e collaboratore di Crozier, confessa al comandante che la cancrena alla gamba si è ormai espansa e si offre come esca per allontanare Tuunbaq dalla compagnia. A malincuore, conscio dell’ineluttabilità del fato del sodale, Crozier accetta tra le lacrime la proposta dell’ironico esperto dei ghiacci, cui il destino riserverà però un inaspettato epilogo: poco prima d’incontrare la morte tra le fauci della bestia, Blanky gioirà trionfante mentre, controllata la mappa che ha portato con sé, si renderà conto di aver scoperto il famigerato passaggio a nord-ovest.

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Siederà poi in attesa, accogliendo l’arrivo di Tuunbaq alle sue spalle senza mai tradire il proprio spirito scanzonato; ben più amaro è l’addio di John Bridgens (John Lynch) all’amato Henry Peglar (Kevin Guthrie), consumato come Fitzjames dal piombo assunto attraverso lo scatolame. La lettura del taccuino di poesie del ragazzo – da cui lo splendido verso che dà il titolo alla puntata – spinge l’inconsolabile ufficiale di bordo ad allontanarsi dal campo a passo lento ma determinato; come Blanky, anche Bridgens attenderà la morte sotto il sole, rannicchiato come un bimbo addormentato. Tra i molti rapporti descritti in The Terror, l’inconsumata passione di questi due eroi discreti assurge a saggio di impressionante sensibilità, distaccando il decesso di Bridges dai molti che l’hanno preceduto.

Franklin è stato ucciso dagli artigli di Tuunbaq, Fitzjames dal saturnismo, Irving dalla lama di un compagno traditore; Bridgens è, tuttavia, l’unico membro della ciurma a morire per amore o, per meglio dire, per la perdita dell’amore. Non è malato, non è ferito, non è corroso dalla follia; la sua è una scelta, accostabile in un certo senso a quella fatta da Crozier rifiutandosi di sfamarsi col corpo di Fitzjames. Scelte contrarie all’istinto, forse persino alla logica, ma fiere rivendicazioni del proprio status di esseri umani. Se non per onore o per amore, per cosa vale la pena morire?

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