Esaurito il grande prologo del primo episodio ambientato nella villa dei Getty, Trust riprende slancio a partire dal rapimento su cui si incentra la vicenda. Se la prima puntata si concludeva sul gesto criminale di cui rimane vittima John Paul Getty III, al tempo stesso l’affresco gelido e distante del mondo dei petrolieri americani finisce risucchiato nella spirale delle indagini. Ed è quasi un’altra serie quella che vediamo nella seconda puntata, intitolata Lone Star. Seguiamo nuovi personaggi, in nuovi ambienti, ma non si esaurisce qui il discorso, dato che il tipo di narrazione sfocia in uno stile peculiare – e molto caricato – in cui la forma del racconto prende spesso il sopravvento sul contenuto.

Ci troviamo quindi in Italia. C’è una dominante più calda, nettamente contrapposta agli scenari più grigi della sfarzosa abitazione dei Getty. Tutto è costruito per integrarsi con quanto già abbiamo visto, almeno da un punto di vista narrativo, ma lo stile è molto diverso. Lo scopriamo fin dalla prima scena in cui Brendan Fraser, che interpreta il capo della sicurezza James Fletcher Chase, sfonda senza problemi la quarta parete, una soluzione registica che si contrappone al rigore del primo episodio. Seguiranno split screen, montaggi arditi, che si appoggiano spesso a musiche (sentiamo anche Celentano) e che giocano su un approccio più dinamico al racconto della storia. Allora il primo lato positivo è il modo in cui Trust, qui sempre diretto da Danny Boyle, assorbe questo stile all’interno di una storia che finora aveva parlato un altro linguaggio.

Può starci perché la storia lo consente. L’intero episodio poggia sul personaggio interpretato da Brendan Fraser, che dopo essere apparso nell’ultima stagione di The Affair con un ruolo molto diverso dal solito, conferma di voler allargare i propri orizzonti e di essere in grado di farlo. Tiene molto bene l’intero racconto, dialoga con gli spettatori, narratore privilegiato e con una propria netta opinione sugli eventi. Emblematico il momento storico in cui viene inquadrato, proprio da lui, il rapimento di Getty. In questo senso Trust, nel suo essere un “period drama”, assume una prospettiva storica sugli eventi narrati che altrimenti non avrebbe senso (per capirci, un personaggio non analizzerebbe un fatto di cronaca da un punto di vista storico che invece richiederebbe anni per essere compreso).

Ancora una volta, come nella première, da un punto di vista stilistico questo funziona molto bene, impossibile dire il contrario. Però, complice anche la durata troppo lunga delle puntate, dal punto di vista narrativo l’interesse rischia di venir meno. Anche perché, a dirla tutta, Trust stesso sembra più interessato alla forma del racconto e alla sua cornice – impeccabili, per carità – che a farci appassionare sinceramente alla storia del rapimento.