Il finale di stagione di Homeland si basa su una formula già utilizzata in passato dalla serie di Showtime. La prima parte riprende il cliffhanger della precedente conducendo una rapida conclusione gli eventi in sospeso, mentre il resto dell’episodio funge da lungo epilogo che talvolta getta le basi per il prosieguo della serie. Paean to the People ripropone questo approccio rodato, e facilmente riconoscibile nella scrittura della puntata, la più lunga della settima stagione. D’altra parte qui si tratta anche di tirare le fila di un discorso più ampio, iniziato lo scorso anno con la presidenza Keane, e di agganciarsi come possibile all’ottava stagione, che sarà l’ultima per Homeland. Alti e bassi, in linea con la stagione che abbiamo seguito, e il risultato viene portato a casa.

La scrittura è più lineare, fluida e riuscita nella prima metà di episodio. Si riprende dal cliffhanger della scorsa settimana, e non ci si ferma finché la sabbia non si è posata a terra. Ne emergono vincitori, vinti, ma soprattutto vittime. Dopo che Carrie è riuscita a convincere una fin troppo arrendevole Simone Martin del cambio nella situazione, Saul la prende sotto la propria ala. Ci sono almeno due momenti in cui, anche grazie alla regia di Lesli Linka Glatter – nelle situazioni importanti c’è sempre lei – respiriamo una grande tensione. Sono quei momenti in cui Homeland riesce a narrare la propria Storia, quella immaginaria e assurda, e a farlo con una prospettiva privilegiata sugli eventi che si compiono in quel momento esatto. Semplicemente, potrebbe accadere ogni cosa.

Dall’altra parte del mondo la crisi viene osservata dalla Keane, ormai esautorata, che mette al corrente il VP Warner sulla situazione attuale. Messe da parte le divergenze di carattere interno, ci si accorda per riportare negli Stati Uniti l’anello debole dell’attacco russo alla democrazia americana. Tutto di qui in avanti andrà come atteso. Paley viene arrestato, Simon confessa tutto, la Keane viene reintegrata. Eroina solitaria, e mai troppo celebrata, è Carrie, che dovrà sperimentare molti mesi di prigionia in Russia prima di poter tornare a casa dopo il classico scambio di prigionieri. Niente famiglia per lei, nemmeno un abbraccio con Saul, solo un volto spaurito e sconvolto come non le vedevamo assumere da tanto tempo.

Questo per quanto riguarda gli eventi della puntata che chiudono tutto quello che è stato raccontato quest’anno. Come detto è un finale più riuscito nei momenti in cui gioca più sull’azione, sull’immediatezza degli eventi, sulla fuga precipitosa. Nel momento in cui si lavora sulle dinamiche internazionali e sulle grandi motivazioni, c’è la solita leggerezza già vista in altri momenti durante la stagione. Su tutti, Simone Martin banderuola senza carattere, che si fa convincere senza troppi problemi a fare quello che fa. In generale Homeland dà la sensazione di voler giocare ad essere grande, senza averne lo spessore o il respiro che la sua storia e i temi che affronta gli imporrebbero.

Tipico è il caso della Keane, altro personaggio al servizio delle esigenze della storia. Sembra fuoriluogo criticare un presidente degli Stati Uniti di fantasia che la serie descrive come impulsivo, inadatto, incapace di pensare in grande o di agire come il suo ufficio gli imporrebbe. Eppure, nonostante la nostra quotidianità stranger than fiction, avremmo gradito una chiusura più forte in quella che, tirando le somme, è stata una stagione senza scossoni e molto più lineare di quanto apparisse in principio. E invece, con l’idea di una che potrebbe cambiare idea dalla sera alla mattina, la Keane si ritira in buon ordine per motivazioni molto ideali e sentite – ma non del tutto chiare – lasciando il posto al vicepresidente.

A questo punto, anche a giudicare da alcune dichiarazioni rilasciate da Alex Gansa, l’ottava stagione non sarà più il terzo capitolo ideale di una trilogia sul potere alla Casa Bianca, ma un lungo epilogo che farà ripartire i protagonisti con la loro ultima missione insieme. Il tutto sperando di non dover indulgere nell’ennesimo percorso di riabilitazione di Carrie, che francamente all’ottavo anno di programmazione potremmo non reggere.

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