Da una bolla contenitiva all’altra, David ha attraversato tutta la seconda stagione in bilico tra la salvezza e la caduta. Il suo è un percorso peculiare e diverso da quello di qualunque altro supereroe, perché diversa è la percezione della forma del racconto che Legion porta in dote allo spettatore. Anche in Chapter 19, season finale della serie di FX, lo show si appoggia solo istintivamente, quasi a malincuore, su archetipi del genere, rigettando quando possibile ogni esito prevedibile. Rimane allora, al termine di una stagione che ha privilegiato – troppo – la forma del racconto alla costruzione dell’intreccio, il solito lavoro impeccabile sulla messa in scena, mentre solo adesso, e nel modo più catastrofico possibile, Legion arriva alla resa dei conti.

Le due figure, complementari e tutt’altro che distanti, della luce e dell’ombra, si scontrano nel deserto. Regia di Keith Gordon, scrittura del solito Noah Hawley, la sfida tra David e Farouk è ispirata e coinvolgente. Sulla base di Behind Blue Eyes degli Who, cantata senza alcun freno dai due personaggi, vengono immesse fascinazioni che sembrano uscire, più che da un fumetto, da un anime giapponese. Allora, solo per stavolta, l’idea dello scontro mentale, che fino a questo momento aveva preso il sopravvento sulla realtà, trasportando i personaggi all’interno di luoghi da incubo, ci viene raccontata secondo metafore visive e arricchimenti dello scenario. Il tutto poi sfocia, anche grazie all’intervento di Lenny, in uno scontro più fisico, e più disturbante.

Nella furia insaziabile con cui David picchia a sangue il suo nemico, giustificando ogni pugno – ma soprattutto il piacere dietro di esso – si manifesta il vero conflitto stagionale: David è un buono o un cattivo? Per semplice associazione di idee, se Farouk è il Re delle Ombre, allora David deve essere la Luce. E lo sarà, nell’ultima immagine stagionale, quando riuscirà a liberarsi della prigionia per andare chissà dove. Tanto per restare in tema anime, come se fosse il Tetsuo di Akira, ormai senza limiti, pronto ad essere inglobato da un potere irrefrenabile. Questo complesso di Dio, rievocato a più riprese dalla serie, si manifesta ancora fortemente nel finale di stagione.

Syd in tutto questo rappresenterebbe l’ultimo limite, quello insuperabile, che potrebbe salvare David e farlo rimanere umano. Ci penserà, almeno per quanto possiamo capire, sempre Farouk, tutt’altro che sconfitto, a dare un ultimo colpo alla fiducia già vacillante del gruppo nei confronti di David. Un topolino che sussurra nelle orecchie, un’accusa pesantissima di stupro, e lo stesso David niente affatto padrone di se stesso – delle molte versioni di se stesso – ed ecco che il protagonista si ritrova rinchiuso in una bolla contenitiva. Farouk qui domina la scena, lui che è più letale dietro le quinte che in uno scontro aperto.

Allora i molti approfondimenti e momenti narrati dalla voce di Jon Hamm assumono una nuova rilevanza nel momento in cui si torna a parlare di manipolazione. Lo si fa tramite il simbolo dell’uovo, che avevamo già visto, inteso come seme di un’idea malvagia che germoglia nella mente. In altri termini, è il condizionamento operato da chi può nei confronti degli altri. E, sembra dirci questo finale, che gioca come tutta la stagione sulla somiglianza tra David e Farouk, cambia poco se questa manipolazione verrà utilizzata da coloro che vogliono fare del bene piuttosto che da coloro che invece aspirano al male. Anche perché, va detto, dal proprio punto di vista ognuno crede sempre di agire per un fine superiore e giustificato.