“Io odio Miranda.” Secca, impietosa, schietta: così arriva la tanto attesa confessione di Irma Leopold (Samara Weaving) al termine del terzo episodio di Picnic a Hanging Rock. Alla fulgida ereditiera è dedicata l’intera puntata, che si articola tra flashback rivelatori e la sua attuale, difficoltosa condizione di sopravvissuta; ritrovata da Albert (James Hoare) in un crepaccio di Hanging Rock dopo nove giorni di sparizione, la giovane viene portata nella tenuta dei Fitzhubert per una tranquilla convalescenza, in attesa del suo ritorno in Inghilterra.

Se, finora, Picnic a Hanging Rock si era presentato ai nostri occhi in forma di dramma collettivo, con il terzo episodio il focus della narrazione si stringe su un unico personaggio, prima della sua uscita di scena dalla linea temporale presente. Il dottor Mackenzie (Don Hany) si stupisce della perfetta condizione fisica della fanciulla, commentando che sembra aver trascorso quei misteriosi nove giorni “al chiuso”, sottintendendo che è quindi nella natura selvaggia che risiede il pericolo che ha ghermito le ragazze scomparse.

“Come può un muro proteggerci da ciò che c’è là fuori?” chiede infatti Hester Appleyard (Natalie Dormer), sulla cui rocambolesca fuga dall’Inghilterra scopriamo sempre maggiori dettagli. “Eppure lo fa, rinforzato dai principi e dai valori,” prosegue nella sua conversazione con il dottore, respingendo con scarsa convinzione le composte avances dell’uomo. Principi e valori hanno forse tenuto Irma lontano dall’energia primordiale che ha assorbito le sue amiche Marion (Madeleine Madden) e Miranda (Lily Sullivan), ma essi costituiscono anche un muro invalicabile che le preclude quella libertà che è alla base dell’odio dichiarato nei confronti della compagna più ribelle.

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Un odio che un’analessi decisiva ci rivela aver radici nell’irrisolta attrazione omosessuale di Irma verso Miranda, colpevole d’aver risposto tiepidamente a un bacio fin troppo coinvolto. Contrariamente a quanto supposto da Irma, la giovane rifiuta però le sue attenzioni non perché spaventata, bensì in quanto disinteressata; non c’è offesa più cocente per la vanitosa ereditiera, consapevole della propria studiata bellezza e (auto)convinta di poter soggiogare chiunque ella desideri.

Alle delusioni di ieri fanno specchio quelle di oggi: durante la sua convalescenza presso i Fitzhubert, Irma tenta – seppur nei decentissimi limiti imposti dal pudore vittoriano – di sedurre il giovane Mike (Harrison Gilbertson), confidando in una proposta di fidanzamento fortemente auspicata anche dagli zii del giovane. Ma il ragazzo, il cui interesse verso Albert sta divenendo sempre più manifesto, non cede alle pressioni sociali e, dismessi gli eleganti abiti da damerino, si prepara a un viaggio attraverso l’Australia, non prima di aver stroncato le speranze nuziali di Irma tramite lettera.

È questa una sconfitta sociale più che romantica, dato che le attenzioni della ragazza nei confronti di Mike sembravano orientate più all’attirare, attraverso un prestigioso matrimonio, lo sguardo di una madre lontana e sostanzialmente assente dalla vita della figlia. La stratificazione emotiva di Irma diviene, in questo terzo episodio, un mordente efficacissimo per Picnic a Hanging Rock che, a fronte di un pilota non proprio memorabile, sta dimostrando di avere molto da dire rispetto all’ingombrante precedente cinematografico firmato da Peter Weir.

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Nel discostarsi dal giallo della scomparsa delle ragazze per affrontare tematiche allotrie a esso perfettamente collegate, l’episodio crea un parallelismo interno tra Irma ed Hester: entrambe hanno provato a usare la propria bellezza per costruire da zero un’immagine di sé che, ne siamo sempre più consapevoli, non corrisponde alla loro reale natura. I segreti sono come vermi, afferma la direttrice del collegio durante il suo ultimo scambio con l’ex allieva ormai in partenza, divorano dall’interno lasciando vuoto chi li conserva.

“Sarai schiava dei tuoi segreti per il resto della tua vita,” prosegue Hester; non c’è, nel suo tono, alcuna malevolenza né minaccia. Alle nostre orecchie, la frase rivolta a Irma suona come la rassegnata presa di coscienza di chi, con i propri pesanti segreti, è costretta a confrontarsi ogni giorno, perseguitata tanto nella veglia quanto negli incubi dal terrore di essere rintracciata. Non c’è laudano che tenga, in questo caso: per quanto si sia sforzata di proteggere e soggiogare le allieve – dapprima Edith (Ruby Rees) e poi Irma – con il medesimo oppiaceo di cui anche lei fa probabilmente uso, i fantasmi del passato tornano sempre a visitare le proprie vittime.

Il commiato di Irma dal collegio è il tragico contraltare del suo arrivo mesi prima, celebrato con ossequi da parte di tutte le studentesse e del corpo docente; mentre l’istituto va a rotoli a seguito della tragedia che l’ha colpito, anche Irma ne subisce la medesima sorte, quasi linciata dalle compagne e insultata da Dora Lumley (Yael Stone). Ai loro occhi, il giudizio emesso è impietoso. Per quanto si sforzi di piacere, agli occhi del mondo Irma è colpevole: di essere bella, di essere ricca, di essere ebrea, di essere sopravvissuta. Cosa non meno importante, di essere donna tra donne in un microcosmo allucinatorio e competitivo.

Ecco quindi quell'”io odio Miranda” deflagrare nel finale dell’episodio, sussurrato urlo di sfogo, figlio di una repressione soffocante a cui Miranda si è sempre sottratta senza paura, a costo di ritrovarsi con le mani piagate e le illecite carezze di un soldato malintenzionato addosso. Un rischio che, secondo quanto suggerisce la serie, solo chi è in simbiosi con la natura è disposto a poter correre ed è in grado di poter affrontare. In questo senso, Irma emerge come prima grande perdente dichiarata di Picnic a Hanging Rock, e il suo ritorno in Inghilterra – seppur sana e salva, al contrario dell’ignoto fato che hanno incontrato le sue amiche – avrà il sapore amaro della sconfitta.

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