In quella che resterà una curiosa coincidenza, questa seconda stagione di The Handmaid’s Tale si inserisce nell’attualità in una maniera sempre più raccapricciante e che, se possibile, amplifica ulteriormente le emozioni che questo show riesce già di per sé a far affiorare, anche senza bisogno che la realtà irrompa quasi con violenza in quell’intimo rapporto che si va ad instaurare tra uno spettatore ed una serie televisiva, soprattutto quando è intensa e coinvolgente come questa e pretende prepotentemente l’attenzione del proprio pubblico.

The Last Ceremony è un episodio veramente difficile da guardare senza uscirne con il cuore spezzato e lo è a maggior ragione quando dagli Stati Uniti arrivano notizie di bambini strappati ai propri genitori come deterrente contro l’immigrazione clandestina, di centri in cui i minori sono rinchiusi al di là di sbarre, come criminali, senza giochi o libri per distrarsi, senza spiegazioni e con voci che si rincorrono e cercano giustificazioni umanamente impossibili da fornire, accuse reciproche tra partiti politici e uomini che citano la Bibbia, la parola di Dio, per giustificare atti indegni di un paese civile.
Tenendo ben presente questa realtà, è impossibile non uscire spezzati dalla visione della seconda parte dell’episodio, quella che segna l’incontro – dopo anni – tra June e la sua piccola Hannah, interpretata da una magistrale e giovanissima Jordana Blake. Quello a cui assistiamo è uno dei momenti che in molti attendevamo, pur non avendo alcuna certezza che la storia ci avrebbe concesso di arrivarci, ed è una di quelle scene a cui ci si prepara inconsapevolmente, ma davanti alla quale non si sarà mai davvero pronti, soprattutto se consideriamo anche il motivo per cui questo incontro avverrà, cosa di cui parleremo più avanti.

E’ difficile immaginare le emozioni che June deve aver provato nel poter riabbracciare la figlia dalla quale è stata così brutalmente strappata, soprattutto quando il tutto si svolge in maniera così realistica come accade in questo episodio, perché naturalmente Hannah, essendo solo una bambina, non capisce e non sta nemmeno a lei perdonare o giustificare. Hannah è una creatura innocente rapita ai propri genitori e che verso di loro cova quel genere di risentimento che solo un figlio può avere verso la propria mamma o il proprio papà.
La piccola non può capire le ripercussioni politiche e sociali di quanto accaduto nel suo paese, non ha la razionalità di un adulto a difenderla e quindi non le resta che il rancore o il desiderio di punire chi, secondo lei, è l’unica responsabile del suo stesso dolore: sua madre.
Ovviamente non vi è alcuna cattiveria nell’iniziale reazione di Hannah alla vista di June, è difficile anche solo immaginare la cascata di emozioni che debba aver provato nel rivedere colei che credeva essere forse persa per sempre, i bambini hanno uno strano senso del tempo dopotutto ed una logica tutta loro che non li rende tuttavia più impermeabili al dolore. Non è facile, per esempio, capire cosa debba aver provato nel rivedere la mamma dopo tanto tempo e per lo più incinta di un altro bambino: si sarà forse chiesta se l’ha dimenticata? Se ha cercato di sostituirla?

E poi, ovviamente, c’è il ruolo di June, così devastante e difficile da mantenere, perché lei è l’adulta, lei è quella che ha il compito di proteggere la propria bambina ad ogni costo e dopo un primo momento in cui non riesce a trattenersi e la stringe finalmente a sé dopo tanto tempo, incurante del piccolo corpo che si irrigidisce tra le sue braccia, il suo istinto materno torna a prendere il sopravvento, imponendole di non spaventarla, facendole chiedere se si ricordi ancora di lei, se la trattino bene e arrivando persino a raccomandarsi di essere obbediente ed amare i suoi nuovi genitori, perché quello che conta davvero è la felicità di Hannah e non l’assordante suono del suo cuore che si spezza mentre deve allontanarsi ancora una volta da lei, lasciandola alle cure di sconosciuti in un mondo oggettivamente orribile.
E man mano che il rancore di sua figlia scema per fare posto al desiderio di essere stretta tra le sue braccia, la separazione diventa esponenzialmente più devastante ed impossibile da accettare, soprattutto quando Hannah cede alle lacrime, la stringe forte come a non volerla più lasciare andare e la chiama “mammina“.
E’ inconcepibile, in tutta sincerità, immaginare un dolore più grande, soprattutto quando ci si rende conto che non è solo l’eco di una finzione, ma è qualcosa che accade molto vicino a noi, proprio in questo momento.

Anche la prima parte dell’episodio non è di quelle facili da digerire, soprattutto perché, dopo tanto tempo, ci riporta in un certo senso all’origine di questa storia ed ai suoi brutali rituali.
Quando June viene colta da quelle che crede essere le prime contrazioni in vista del parto, la comunità si prepara ad accogliere il nascituro come a celebrare una festa. Gli uomini si riuniscono scambiandosi pacche sulle spalle e condividendo sigari, le Mogli, le Marte e le Ancelle si danno da fare intorno a Difred e Serena Joy cinguettando come uccellini felici e colorando la casa di fiori, dando l’impressione allo spettatore di guardare la raccapricciante versione di una scena di Cenerentola, quella in cui tutti gli animali del bosco si riuniscono festanti per partecipare alla gioia della piccola serva pronta a trasformarsi in una principessa per una sola, indimenticabile notte.
Il problema però è che June non si sta preparando ad incontrare il suo principe, ma ad essere privata – ancora una volta – della propria creatura ed è di fronte a questa consapevolezza che forse persino il suo corpo si ribella, trasformando quello che avrebbe dovuto essere un giorno di giubilo per gli Waterford nell’ennesima umiliazione per Serena Joy, un’umiliazione che la donna farà pagare a Difred a caro prezzo, ritrovando peraltro la complicità del proprio marito.

Come spesso abbiamo detto June ha davvero poco da perdere a causa della situazione nella quale si trova, non sorprende quindi che cerchi in qualche modo di pensare al proprio futuro chiedendo l’intercessione di Fred al fine di essere mandata nello stesso distretto dove vive Hannah una volta che la sua creatura sarà nata, soprattutto dopo che Serena Joy le confermerà non solo di volere che esca dalla loro casa, ma di volerla anche il più lontano possibile da sé. Il problema sarà però il modo in cui June si rivolgerà a Waterford, mettendo implicitamente in dubbio l’estensione dell suo potere e provocando così inavvertitamente un riavvicinamento tra marito e moglie.
Sia Serena Joy che Fred vogliono che June sparisca dalla loro vita lasciando loro la sua creatura, ma non vogliono fare del male al bambino, la cui nascita deve essere sollecitata con metodi naturali. Dicono. “June: Lo fai come fosse un lavoro, un lavoro spiacevole da svolgere il prima possibile.”

Ed è a questo punto che assistiamo a quella terribile scena di violenza in cui June viene chiamata nella stanza degli Waterford, trattenuta e stuprata mentre per la prima volta si ribella con tutte le sue forze e grida. Il contrasto con la scena iniziale dell’episodio è davvero straziante: lì abbiamo visto Emily subire il “rito” in silenzio, inerme, mentre la voce impersonale di June descrive in sottofondo i sentimenti che si provano in quanto Ancelle con fredda razionalità, ammettendo come anche il peggiore dei crimini, quando perpetrato senza sosta, possa diventare abituale per le vittime.
Con la scena dello stupro di June, invece, al silenzio di Emily si contrappongono le vane grida di lei, le sue suppliche, ponendoci di fronte – come spettatori – ad una difficile questione morale, perché ci rendiamo immediatamente conto del fatto che l’impatto emotivo della seconda scena di violenza è molto più forte della prima, quasi ad implicare che l’immobilità di Emily meriti meno indignazione della ribellione aperta di June e imponendoci di tenere bene a mente come una violenza sia comunque una violenza, a prescindere dalla reazione della vittima.
Quella dello stupro di June, incinta di nove mesi, perpetrato allo scopo di farla partorire e liberarsene, è ovviamente una scena concepita con lo scopo di scioccare, ma anche al fine di farci ricordare come l’assuefazione e l’abitudine al male non debbano mai diventare una scusa per accettare un’atrocità, di qualsiasi natura essa sia.
E’ un risveglio duro quello che ci impongono gli autori, un autentico pugno nello stomaco, soprattutto quando si pensa che frutto di questo stupro, come una sorta di premio per June, sarà l’incontro tra lei ed Hannah, all’insaputa di Serena Joy.
Un risveglio duro, quindi, ma forse anche necessario: un brutale ritorno alle origini che pure rimette tutto in discussione. Almeno fino al prossimo episodio.

La seconda stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia gli episodi inediti sono trasmessi ogni giovedì, a sole 24 ore dalla première americana, in esclusiva su TIMVision.