Come nella più classica delle cacce al tesoro, anche Westworld vede convergere nel finale tutti gli attori interessati verso il punto indicato dalla X sulla mappa. A differenza della prima stagione, “la porta” intesa come cardine dell’intera stagione si svela come molto più concreta rispetto al “labirinto”. Ci sarà sempre una ricaduta all’interno di se stessi, con tutte le considerazioni ideali che ciò comporta, ma al tempo stesso il valore della ricompensa sarà decisamente tangibile. In un surplus di intreccio, piani temporali, obiettivi più o meno contorti, Westworld trova il meglio e il peggio di sé: ricco di fascinazioni, simboli, considerazioni ispirate sulla natura umana, ma anche costretto tra le maglie di uno sviluppo che più cerca di aggrovigliarsi, più rischia di stancare. Qui si conclude la seconda stagione della serie della HBO: non la migliore versione di se stessa, né la peggiore, in ogni caso un oggetto televisivo molto interessante da analizzare.

L’ora e mezzo di cui si compone l’episodio, intitolato The Passenger, tira le fila di un discorso lasciato spesso a briglia sciolta nel corso della stagione. Dimentichiamo le parentesi autosufficienti di The Riddle of the Sphynx e Kiksuya, e ci immergiamo in una narrazione che vede Dolores e gli altri correre verso The Forge. Diversi obiettivi, non sempre limpidi, si intrecciano in un groviglio che come al solito mescola passato, presente e futuro. Dolores e Bernard entrano nel sistema che custodisce il DNA e i ricordi degli umani che hanno visitato il parco negli ultimi decenni. La culla della vita, se mai ve ne è stata una nel parco, ben diversa dalla Cradle andata distrutta puntate fa. Qui si coltiva il sogno dell’immortalità, la sfida assoluta alla natura umana, che tende verso una robotizzazione.

In poche parole, gli eventi della puntata. La porta si apre come un varco nella vallata a ovest, e gli host guidati da Akecheta vi si dirigono. La “Valle dell’Oltre” è un luogo nel quale la coscienza degli host può essere libera da costrizioni e dall’influenza degli umani. Dolores la ritiene l’ennesima illusione alla quale appoggiarsi, e intende distruggerla. Inonda quindi la vallata, con le conseguenze che abbiamo visto nel primo episodio della stagione. La Delos arriva, scatenando i poteri di Clementine, che fa uccidere tra di loro molti degli host. Maeve, presente nella scena insieme a Hector e Armistice, cade, non prima di aver salvato la figlia e aver fermato parte del massacro. E sono in molti a cadere, tra le fila degli uomini e dei robot. La stessa Dolores viene uccisa, quantomeno il suo involucro umano.

La storia si riaggancia quindi al presente facendo luce sugli ultimi eventi nascosti. Dopo aver visto Charlotte che uccide Elsie, Bernard riprende il controllo di sé, sostenuto da quella che scopriremo essere solo una proiezione mentale di Ford (che in realtà è completamente scomparso). Costruisce quindi un doppione di Charlotte, nel quale impianta la coscienza di Dolores-Wyatt. Quest’ultima si sostituisce alla vera Charlotte e, al suo ritorno alla Forge, invece di trasmettere i dati dei guest, sposta gli host fuggiti in un luogo in cui non potranno essere più raggiunti. La rivedremo, forse sdoppiata e tornata nelle fattezze di Dolores, tempo dopo. Titoli di coda. Ancora nel futuro, William entra nella Forge, e qui vi trova una copia robotica della figlia Emily. Il seguito, forse, arriverà nel 2020.

Se Westworld, nonostante tutti i filtri di scrittura e adattamento, conserva qualcosa della matrice crichtoniana di partenza, questa si manifesta in un finale catartico e definitivo. E questa è la prima sorpresa dell’episodio e, in generale, della stagione. Ci aspettavamo – e i primi episodi lasciavano intendere – una stagione che avrebbe ragionato più in termini di ampliamento dei confini e della portata. Nuove ambientazioni, nuovi centri di potere che avrebbero potuto dilagare senza soluzione di continuità l’uno nell’altro, ormai privi dei baluardi della mano umana. Tutto ciò non è accaduto, se non in minima misura. Westworld è rimasta una serie intimamente concentrata sul proprio stile, talvolta respingente, sulle proprie tematiche da sviscerare, rivoltare, scuotere con forza. Il tutto ci ha condotto ad un finale che, non l’avremmo mai detto, in realtà quasi basta a se stesso.

La terza stagione porterà con sé azzeramenti, ripartenze e resurrezioni, quando invece ci saremmo aspettati un proseguimento più fluido, oltre che ravvicinato, degli eventi della prima stagione. Jonathan Nolan e Lisa Joy hanno trattenuto quelle pretese, anche logiche, in cambio di qualcosa di più intimo, sempre legato a simboli e fascinazioni. Che qui non mancano. Come il cordone degli host che cammina tra gli splendidi scenari a ovest, verso la terra promessa che si apre letteralmente solo per loro, schiavi che anelano alla libertà mentre dietro di loro i padroni li rincorrono a perdifiato. Un Esodo che ha avuto molti profeti, ognuno giunto in quel luogo tramite un sentiero diverso: Dolores, Maeve, Akecheta, anche Bernard a modo suo. Ford, nelle vesti di Dio, si è rivelato ad ognuno di loro, svelando il proprio disegno.

Su ciò che ne consegue a livello tematico tanto di potrebbe dire, e tanto la serie dice. Anche all’interno della Forge, dove una coscienza artificiale ha assunto arbitrariamente l’aspetto di Logan, se ne discute. La specialità dell’essere umano viene rimessa in discussione. E qui ritorna uno dei temi centrali della stagione, cioè non più i robot che desiderano diventare come gli esseri umani, tramite l’autocoscienza, ma gli umani che vogliono diventare come i robot, tramite l’immortalità. Eppure se da un lato l’arrendersi all’evidenza della morte è uno degli attributi salienti dell’essere umano, dall’altro ciò che potrebbe accomunarlo al robot è proprio la programmazione. Non stringhe di codice, ma costrizioni ambientali, sociali e non solo che determinano l’individuo e i suoi comportamenti.

“The best they can do is to live according to their code”.

Gli uomini come semplici algoritmi, più semplici degli host, che invece possono apprendere e modificare se stessi più facilmente. Partiture umane, come ci verrà mostrato, che seguono uno schema prefissato, per il quale ad una nota dovrà seguirne un’altra, necessariamente. Da questa idea si può ripartire per fondare il senso del robot umanoide come nuova fase dell’evoluzione, perfezionata e finalmente libera. Un’idea, già emersa nella prima stagione, che ritorna nel discorso della Porta, che peraltro riprende anche un’idea del pensiero orientale. L’host che, condannato a ripetere in eterno il loop di vite sempre uguali, assunta l’autoconsapevolezza raggiunge l’Illuminazione e una sorta di “nirvana digitale” che comporta l’abbandono del proprio involucro corporeo. Considerata anche la natura illusoria che copriva come un velo la vita degli host, e il concetto di “risveglio”, il tema sembra risuonare ancor di più.

Considerazione valida tanto per l’episodio quanto per l’intera stagione, Westworld contrappone a temi solidi e intuizioni visive un comparto narrativo spesso deludente. Qui sì, l’idea di non procedere con l’ampliamento del mondo mostra tutte le proprie mancanze. E quei pochi tentativi in tal senso cadono di fronte ad un’evidenza che li ha resi inutili ai fini della storia. Anzi, a voler essere estremi, dietro tutta la gravitas della stagione, ben poco di realmente importante è avvenuto nel mezzo. Un semplice viaggio, con le sue deviazioni – inutili – e qualche conflitto lungo la strada (il rapporto Teddy-Dolores, mero riempitivo anch’esso). A volte abbiamo avuto la sensazione di vedere una serie con così tante potenzialità, ma incapace di reggerne il peso narrativo, tanto che alla fine nulla è stato valorizzato quanto si poteva. Shogun World doveva essere il fiore all’occhiello della seconda stagione, con i suoi personaggi, i suoi scenari, i topoi della tradizione orientale da sviscerare aprendo un intero nuovo fronte. A cosa è servito tutto ciò? Che fine hanno fatto le potenzialità degli altri parchi, questo sistema di ambientazioni pronto a collassare su se stesso una volta che le barriere hanno ceduto?

Allora abbiamo seguito Dolores e gli altri, ma anche qui i percorsi sono stati talvolta respingenti, talvolta incapaci di sostenere le proprie ambizioni. Gli obiettivi di Dolores, di William, della Delos intesa come corporazione, sono titanici, come i personaggi nei quali si incarnano. E sono veicolati di volta in volta tramite frasi altisonanti, citazioni forbite, battute ad effetto, quando invece ciò che la serie avrebbe dovuto fare era altro, anzi era di meno: keep it simple. La pietra angolare dei personaggi non è un semplice orpello narrativo, ha un senso profondo perché ci permette di identificarci in loro. Il gioco di Ford (che poi, a dirla tutta, è il gioco di Nolan-Joy), che per pure motivazioni narrative ingloba tutto e tutti nella propria “ipercomplicatezza insensata”, è una gabbia di risposte e reazioni, in parte dovute, ma molto malleabili secondo le esigenze.

Dolores, occhi stretti e sguardo truce, ne è la portabandiera. Qui incontra William, scambia qualche parola con lui, e dopo una scena si rivoltano l’uno contro l’altro. Senza alcuna ragione narrativa, se non quella di far colpire William dall’ennesimo colpo. Dolores procede dritta e implacabile, cambia spesso idea, promette libertà, ma di fatto schiavizza i suoi simili. E in questo, nonostante quello che la serie vorrebbe dirci, è uguale a Maeve, che più e più volte ha utilizzato il suo potere di costrizione sugli host. Host che, in una scelta di sceneggiatura tra le più respingenti, sono sempre nettamente più forti degli umani. Quello che si verifica nel piccolo si ripete in grande: se gli host sono solo delle macchine che massacrano senza problemi gli umani (diabolici e sadici senza motivo, come lo saranno ancora in questa puntata), poco importa ripetere che hanno un buon fine e che dovremmo parteggiare per loro.

Westworld racchiude in sé il meglio e il peggio della peak tv contemporanea. È una serie immensa, sontuosa, che ha un orizzonte sconfinato e l’arroganza di tentare di andare oltre. D’altra parte, persa nei suoi orizzonti lontani, si è a volte smarrita nel costruire un intreccio che ci tenesse inchiodati al qui e ora. Infine, a fronte di una grande pesantezza d’intreccio, di una mole di regole insensate da ricostruire e di piani temporali confusi tra i quali districarsi (ma perché? Cosa aggiunge ormai questo tipo di impostazione?), il senso più immediato della trama vacilla. Tutto viene rimandato, come nella scena post-crediti, a spiegazioni future, che in ogni caso saranno giustificabili perché, nonostante tutto, l’architettura dell’universo narrativo di Westworld non è così solida come vorrebbe essere.

Considerazioni sparse:

  • Nel dorso di uno dei libri nella biblioteca leggiamo le cifre 52, 42, 13 e 100, che riportano ad un sito della Delos.
  • Da un dialogo finale tra Stubbs e Dolores-Hale potrebbe sembrare che il primo sia un host, oppure no. Lisa Joy e il regista della puntata hanno praticamente confermato in più interviste che lo è.
  • Il “passeggero” del titolo è anche un riferimento a Dolores che viaggia sfruttando le sembianze di Charlotte, tra l’altro in un finale che ricorda quello di Ex Machina.
  • Il percorso di Lee è stato incredibile. Da personaggio insopportabile a eroe per il quale siamo sinceramente dispiaciuti. Il suo sacrificio è esagerato e inutile, ma bel lavoro di scrittura sul personaggio.
  • Tra Diluvi universali e Cavalieri dell’Apocalisse, l’episodio non ci va leggero con i riferimenti biblici.
  • Sul finale ascoltiamo i Radiohead. Era già successo con una cover nel finale della prima stagione.
  • Sulla scena post-crediti, Lisa Joy ha confermato che si tratta di un evento lontano nel futuro, che la Emily che vediamo è una host e che tutto verrà approfondito nella terza stagione. Fare ulteriori speculazioni è inutile.
  • Appuntamento al 2020. Game of Thrones a quel punto sarà già terminato, e la HBO, che nel frattempo si troverà scoperta di una grande narrazione televisiva (in attesa dei prequel, ma la replica del successo non è garantita), avrebbe giovato molto di un Westworld in prima linea. Al termine di questa stagione, quel ruolo di successore ideale sembra allontanarsi.

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