Dopo tre episodi, Molly è il personaggio che maggiormente incarna lo spirito di Stephen King all’interno di Castle Rock. Non a caso ha qualcosa che la avvicina al Johnny Smith della Zona morta, prima opera di King ambientata nella cittadina. Il suo dono, che nella tradizione dello scrittore può anche trasformarsi in maledizione, la condanna all’isolamento, ma non all’indifferenza. Molly è un personaggio evidentemente imperfetto, in cerca di redenzione e in fuga dal proprio passato, che tuttavia torna a manifestarsi attraverso alcune visioni ora inquietanti, ora semplicemente grottesche e di grana grossa (ma anche questo è tipicamente kinghiano).

Attraverso il suo percorso fluisce nuova linfa vitale all’interno di un soggetto che nelle prime due puntate navigava un po’ a vista, e Castle Rock trova uno slancio che però dovrà necessariamente maturare in qualcosa di più definito nelle prossime settimane.

L’idea di fondo qui dovrebbe essere quella di un personaggio che evidentemente soffre di un malessere profondo, ma che al tempo stesso vuole sconfiggere il malessere che attanaglia la cittadina. Forse per esorcizzare il proprio. La vediamo costringersi ad uscire di casa, nonostante la difficoltà che le provoca il contatto con le altre persone, e addirittura andare in televisione per proporre le proprie idee, anche se poi tutto si traduce in una tirata abbastanza generica contro i problemi della città. Ma in qualche modo il messaggio arriva, ed è la nuova direttrice di Shawshank a recepirlo.

Di qui il collegamento atteso con Henry, che finalmente viene messo a conoscenza delle condizioni del prigioniero misterioso. Gli occhi inquietanti di Bill Skarsgard non sono quelli orrorifici del suo Pennywise, sono più profondi e scavati, incredibilmente – nella loro umanità – quasi più alieni. Il casting in questo caso è stato ottimo, ma lo stesso si può dire per Melanie Lynskey, capace di dare spessore ad un personaggio tutt’altro che equilibrato, come aveva già fatto tanti anni fa in Creature del cielo di Peter Jackson. Qui, la sua disavventura in una specie di strano ambiente criminale, tra bambini inquietanti e maschere, serve ad aumentare il senso di straniamento che sembra annidarsi in ogni anfratto della città.

Certo, rimane più di qualcosa ancora da mettere a fuoco. Nel suo focalizzarsi praticamente su un solo personaggio, Local Color è l’episodio più riuscito di questo trittico rilasciato in contemporanea da Hulu. Se non altro perché avvertiamo di meno la sensazione di un ritmo troppo dilatato, come a tratti era accaduto nelle prime due puntate. Il bilancio finora è positivo, anche se non del tutto. Questo Castle Rock è un oggetto televisivo molto particolare, praticamente un sequel di tante vicende dei romanzi date un po’ per scontate. Mettendoci nei panni di uno spettatore a cui Stephen King è sconosciuto, ci chiediamo se il resto della storia (comunque perfettamente comprensibile) basti a giustificare la visione. Ma questa è una risposta che Castle Rock ci darà nelle prossime settimane, insieme a molte altre.

Gli easter-egg del terzo episodio:

  • Viene menzionato un gazebo da costruire al centro della cittadina. In La Zona Morta e Cose preziose viene descritto un gazebo nella città, che tuttavia viene distrutto alla fine del secondo libro.
  • Lo strano processo, con tanto di maschere, gestito dai ragazzi, richiama sia Il signore delle mosche (punto di riferimento di King, che da lì ha preso il nome per Castle Rock) che I figli del grano, racconto che si trova nella raccolta A volte ritornano.