La sesta stagione di Orange is the New Black gravita intorno all’idea delle conseguenze. Che, per una serie ambientata all’interno di una prigione, con il continuo riemergere delle circostanze che hanno condotto le protagoniste a trovarsi in quel luogo, potrebbe essere una ripetizione. Eppure proprio in questa stagione quella considerazione assume un nuovo valore, a cui torneremo per tutte le tredici puntate della nuova annata. Incerta negli esordi, ma decisamente convincente alla distanza, la nuova stagione della serie Netflix è una nuova conferma per lo show di Jenji Kohan. Abbiamo visto in anteprima la sesta stagione di Orange is the New Black, e ve ne parliamo di seguito senza spoiler.

La stagione rappresenta la chiusura necessaria di quella che, in prospettiva, emerge come una trilogia ideale che ruota intorno alla rivolta dello scorso anno. La quarta stagione si era chiusa con l’esplosione di rabbia seguita all’uccisione di Poussey. La quinta stagione poggiava interamente su quel cliffhanger che si tramutava nel prologo necessario di tre intense giornate all’interno del carcere di Litchfield sotto il controllo delle detenute. La sesta stagione, è evidente, ragiona sulle conseguenze della fine della rivolta, sul destino di quasi tutte le detenute, sugli eventi gravissimi di quel finale, che in qualche modo dovranno essere affrontati. In questo senso è un lunghissimo epilogo quello che Piper e le altre dovranno affrontare.

Ritroviamo le detenute che abbiamo conosciuto nel corso di tanti anni, e Orange is the New Black ha gioco facile nel puntare sul senso di familiarità con le detenute. Questo tornerà particolarmente utile nel momento in cui – lo vediamo chiaramente nel trailer – le protagoniste vengono spostate nella sezione di massima sicurezza a Litchfield. Casualmente assegnate a due bracci diversi, finiscono per essere inglobate in un conflitto più grande, e storico, che contrappone gli schieramenti. Dimenticato lo storico “arancione” che dà il titolo alla serie, questa è una serie che punta sulla netta opposizione tra il colore blu e il color cachi che divide nettamente gruppi destinati ad odiarsi.

È un carcere più duro rispetto a quello che siamo stati abituati a vedere per cinque stagioni. Se l’arancione delle tute scompare, a seguirlo è anche il verde della zona all’aria aperta nella quale eravamo soliti veder interagire le detenute. Quello sfogo viene meno nel momento in cui il carcere impone ritmi più serrati, spazi più stretti, un minore senso di libertà di movimento all’interno della struttura. Certo, Litchfield rimane anche il grande contenitore del grottesco, dell’ironia, della bizzarra leggerezza che esplode a sorpresa anche in un contesto così drammatico, ma l’impressione è che quest’anno il tono sia un po’ più severo. Orange is the New Black in ogni caso riesce a compensare qualunque pesantezza di fondo appoggiandosi al puro piacere della narrazione, strada da sempre vincente.

Anche rinunciando a più di qualcosa sul fronte della verosimiglianza, questa è una serie che riesce bene a sfruttare i tredici, lunghi episodi a disposizione (addirittura un season finale da un’ora e venti). Ci sarà magari ad un certo punto voglia di centellinare la storia, ma questi sono personaggi dai quali torniamo sempre volentieri. Su tutte, funzionano bene le storyline di Piper, che ha un grande equilibrio quest’anno, e di Taystee, ma anche di Nicky. Tutte loro, insieme a Red e alle altre, comprese perfino le guardie, dovranno affrontare le conseguenze (legali, emotive, narrative) di quel che è accaduto durante la rivolta.

Si soffre un po’ durante i flashback, soprattutto quelli su personaggi che già conosciamo, e in generale la stagione perde qualcosa rispetto alla particolarità dello scorso anno, ma ancora una volta Orange is the New Black rimane la vera serie “storica” di Netflix.

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