Anche in un episodio intitolato Talk, i silenzi e il non detto sono molto più importanti delle parole. Lo sono sempre nell’universo di Vince Gilligan, che ha perfettamente incamerato una delle classiche e più citate regole dello storytelling, “show, don’t tell”. I personaggi di Better Call Saul non esprimono mai ad alta voce quello che provano, perché c’è sempre un livello di lettura ulteriore a muovere il loro agire e le loro considerazioni. Quindi, anche quando si chiacchiera, o ci si confronta, la discussione non sarà mai del tutto definitiva. Rimane così, sospesa nel vuoto che scivola tra i paesaggi di Albequerque o nel silenzio assordante dei titoli di coda.

Talk non è un episodio emozionante o dirompente. Anzi, succede poco e quel poco che accade non è nemmeno così importante ai fini della trama. Che poi ci sarebbe anche da chiedersi in cosa consiste questa trama di Better Call Saul. Le serie solitamente hanno un punto d’arrivo al quale tendere. Qui esso coincide con i fatti di Breaking Bad, ma la serie non è mai stata definita solo in prospettiva da quello che sappiamo arriverà (per fortuna). C’è altro che accade nel presente, e anche in una puntata come questa in cui il ritmo lento e i “riempitivi” la fanno da padrone, c’è molto da apprezzare nella costruzione dei personaggi.

Jimmy accetta un lavoro, perché è la scelta più responsabile e giusta, perché non vuole avere troppo tempo libero per pensare alla proposta di Kim di andare da un analista. Il tempo libero ce l’avrà lo stesso, dato che il negozio è deserto. Di qui un piccolo collegamento con il futuro, i cellulari, la privacy. Ma soprattutto l’impossibilità per Jimmy di restare fermo a subire il mondo, senza provare a cambiarlo, a mettere la propria impronta, o anche solo una scritta acchiappaclienti. Kim è quella più sfuggente e, a modo suo, irresponsabile nel corso della puntata. C’è paura e timore nel tornare a situazioni grosse, e quindi eccola assistere a squallide e piccole vicende giudiziarie in un’aula di tribunale dalla quale lo stesso giudice le suggerisce di allontanarsi.

Mentre Nacho naviga a vista, Mike è spregiudicato e insofferente. Lo è a modo suo, senza scomporsi, senza alzare la voce, senza paura. C’è un flashback, o un fugace ricordo, del Matty bambino, sfocato e lontano. E ci sono le parole di Stacey, che teme di dimenticare il suono della voce del marito scomparso. Mike accumula una rabbia crescente, forse per ciò che dice Stacey (ma non ce l’ha con lei, solo con le tristi circostanze), che poi si scatena contro un uomo che partecipa al gruppo di dolore inventando storie su una presunta moglie morta. Ancora una volta, non è che tutto questo serva strettamente alla storia, ma contribuisce a far risaltare il personaggio di Mike, che in conclusione non si farà problemi a fare la voce grossa perfino con Gus Fring.

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