È un limite quello di ridurre Disincanto al semplice, ma inevitabile, paragone con I Simpson e Futurama. Certo, le altre creature di Matt Groening sono lì ed è impossibile non vederle, ma se i gialli d’America appartengono, con le loro stagioni storiche, alla mitologia della televisione, anche Futurama è figlio dei suoi tempi e di un’altra serialità (sembra ieri, ma sono passati quasi vent’anni). Meglio allora analizzare Disincanto per ciò che è, pregi e difetti, e valutarne i risultati e le potenzialità alla luce della prima stagione composta da dieci episodi. La nuova serie animata di Matt Groening per Netflix è, semplicemente, un buon prodotto. Non esplosivo, mai brillante o particolarmente originale, ma al tempo stesso piacevole e capace di alcuni slanci di energia.

Ci troviamo nel regno di Dreamland. La giovane principessa Beam, ribelle e dedita all’alcol, sarebbe costretta a sposarsi nel classico matrimonio combinato tra eredi di regni diversi. In realtà poi le cose non vanno come previsto, e nella baraonda generale si forma, per varie situazioni, un inedito trio di protagonisti. Alla principessa dai capelli nivei e i denti sporgenti, si aggiungono anche un elfo di nome Elfo, ingenuo e di buon cuore, e un demone di nome Luci, una specie di cattiva coscienza di Beam. Le avventure in giro per il regno e oltre sono dietro l’angolo.

Ogni serie di Matt Groening (ecco, è proprio impossibile non paragonarle) è una parodia. I Simpson, nonostante alcuni slanci contemporanei che invocano il politicamente corretto nello show, sono una distorsione esagerata della contemporaneità. Futurama, anche se proiettato nel Tremila, è un’esasperazione satirica del mondo moderno – le teste delle celebrità all’interno dei cilindri – e Disincanto non fa eccezione. Tuttavia, e qui c’è il primo limite della serie, la satira è più contenuta e sicura. Non ci sono mai riferimenti palesi, non c’è mai troppa voglia di sfondare la quarta parete con ammiccamenti troppo marcati. Questa è una serie che vuole avere una sua “coerenza interna” (anche perché questo non è il passato medievale, ma è un mondo fantasy a parte) e preferisce non esagerare.

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Allora della parodia in sé infine non rimarrà molto, se non qualche atteggiamento moderno proiettato nello scenario fantasy, anche con esiti divertenti. Meno estemporaneo e più legato allora al sottile sviluppo di una storia, Disincanto è una serie del 2018, distribuita su Netflix, con tutto ciò che questo comporta. Gli episodi sono appena dieci, ma durano circa mezz’ora. Inoltre, l’anima procedurale delle puntate centrali lascia il posto ad uno svolgimento che, a poco a poco, ci conduce verso tre episodi finali in cui la trama orizzontale trova un suo senso.

Si tratta di un lungo segmento molto riuscito, in cui le caratterizzazioni e il contesto vengono fuori molto meglio, e c’è anche un momento sinceramente sorprendente quando Beam è costretta a prendere una scelta difficile. Qui Disincanto si conferma una serie concepita con un taglio moderno. Ci sono rivelazioni, segreti, parecchi cliffhanger. In una serie che non ha la genialità o l’impatto visivo di altri ottimi prodotti animati, questa idea di puntare sulla trama ha molto senso.

In ogni caso Disincanto, superate alcune incertezze iniziali, è una buona serie. La durata di mezz’ora non penalizza eccessivamente il ritmo delle puntate, e all’avanzare della stagione cresce anche il nostro coinvolgimento e apprezzamento nei confronti dei personaggi. Qualcosa di simile al recente Final Space, sempre distribuito su Netflix. Beam, Elfo e Luci, personaggi che non potranno non ricordare in alcune dinamiche il trio Leela, Fry, Bender, finiscono per crescere nella nostra considerazione, anche e soprattutto grazie ai loro difetti. Dove invece la serie soffre un po’ è nei comprimari, che in realtà sono sempre stati eccezionali nelle serie di Groening. Qui c’è un tentativo con il padre di Beam, i maghi di corte e qualcun altro, ma non abbiamo visto nessuno in grado di imporsi come personaggio cult.

Va meglio sul fronte dell’ambientazione, con il castello di Dreamland a picco sulla scogliera che diventa un luogo sempre più familiare, e la capacità di giocare con questo mondo che fonde Medioevo, fiabesco disneyano e fantasy classico. A questo proposito, meglio gettare sempre uno sguardo sugli sfondi, dove spesso si celano battute e doppi sensi sulle insegne. Dopo un avvio incerto, Disincanto vince alla distanza, anche grazie ai tre episodi finali che ci lasciano con la voglia di vedere il seguito della storia.

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