Durante i suoi primi cinque episodi, Sharp Objects ha fatto sfoggio di una narrativa coraggiosamente evocativa, che non esitava a porre in primo piano l’emozionante parabola psicologica della protagonista Camille Preaker (Amy Adams) relegando gli omicidi delle adolescenti di Wind Gap a elemento secondario funzionale all’evoluzione del personaggio principale.

Inoltre, le indagini di Camille sulla morte delle due ragazzine hanno portato alla luce parallelismi intriganti tra le donne di Wind Gap, in primis la madre Adora (Patricia Clarkson) e la sorellastra Amma (Eliza Scanlen), in perenne equilibrio tra i ruoli di vittime e artefici del dolore (proprio e altrui).

Con Cherry, tuttavia, Sharp Objects sembra subire un brusco arresto in termini di profondità e coinvolgimento dello spettatore, rallentando ulteriormente il ritmo della narrazione senza però aggiungere – almeno apparentemente – nulla di significativo a quanto già mostrato nelle puntate che l’hanno preceduta.

Tra gli eventi più significativi dell’episodio c’è la sgradevole rimpatriata tra Camille e le sue compagne del liceo, squallide api regine che condannano il femminismo e ribadiscono come non ci si possa sentire davvero donna finché non si avverte la sensazione di un feto nella pancia. C’è, nei discorsi delle ex amiche della protagonista, un’ottusità che potrebbe sembrare eccessiva a molti; va tuttavia ricordata l’ambientazione della serie e, alla luce di ciò, non risulta implausibile che la mentalità delle donne sia rimasta ingabbiata in una prigione grottescamente retrograda.

Il titolo della puntata fa riferimento alla ciliegia che Camille adolescente ricordava in tutto e per tutto alla compagna Becca (Hilary Ward), unica ad aver sviluppato un pensiero critico nella cerchia delle ex cheerleader rimaste a Wind Gap. Il frutto non è però visto in senso del tutto positivo dalla donna, che ne sottolinea l’interno potenzialmente guasto sotto una superficie lucente e invitante, rivelando peraltro a Camille di aver notato molti anni addietro i primi tagli sulle sue cosce che andavano proprio a comporre la parola “cherry”.

La festa a cui poi Camille viene trascinata a viva forza da Amma enfatizza gli sbandamenti emotivi di quest’ultima; sorge il legittimo dubbio sull’utilità di una sequenza, che – come il resto dell’episodio – non fa che ribadire concetti previamente espressi con maggior efficacia e originalità. Certo, l’affetto della protagonista per la sorellastra sembra aver trovato qui un passionale – benché effimero – cemento nella condivisione di qualche pasticca e del troppo alcol, ma sappiamo fin troppo bene che l’instabilità di Amma potrebbe portarla a bullizzare nuovamente Camille in un battito di ciglia.

Gli elementi di maggior interesse risiedono nelle interazioni della protagonista con due personaggi maschili: dapprima col patrigno Alan (Henry Czerny), che invita con pochi giri di parole la figliastra a lasciare Wind Gap per non turbare ulteriormente Adora, motivando la richiesta con un excursus sul terribile passato della moglie, vessata da una madre il cui algido distacco ha costituito evidentemente un valido modello da imitare.

Il secondo, più inaspettato, è il confronto tra la giornalista e Kirk Lacey (Jackson Hurst), ex giocatore di football ora sposato con l’ex cheerleader Katie (Reagan Pasternak). L’uomo, attualmente insegnante nella scuola che frequenta Amma, prende da parte Camille durante l’agghiacciante reunion con le amiche, chiedendole perdono per essersi approfittato di lei quando era poco più che bambina nei boschi divenuti abituale alcova degli amplessi dei giovani di Wind Gap.

Benché soffocata da un episodio ovattato in termini di vivacità tematica e trovate narrative, la rivelazione di Kirk è costruita con sapiente verità e illumina impietosamente le crepe di una psicologia tormentata dal senso di colpa: ora che l’uomo è padre di una bambina, il fantasma dell’abuso commesso lo perseguita, e la presenza di Camille a Wind Gap lo costringe ad affrontare direttamente le proprie responsabilità. Camille, dal canto suo, liquida Kirk frettolosamente, accogliendo le sue scuse con la rapidità di chi sta sfuggendo a un ricordo troppo doloroso per essere affrontato una volta per tutte.

Eppure, la nostra protagonista non può scappare per sempre dalle sue paure, che siano relative al passato o a un futuro che minaccia i suoi affetti: in una scena di scarsa originalità ma di indiscutibile potenza visiva, Camille gira in tondo tenendo Amma per le mani; d’improvviso, il volto della sorella minore si tramuta in quello della piccola Marian (Lulu Wilson), poi in quello insanguinato di Alice (Sydney Sweeney) e, infine, in quello di Natalie Keene (Jessica Treska).

Questa sovrapposizione cruenta colpisce lo sguardo ma, ahinoi, non fa che rendere definitivamente chiaro il difetto fatale di Cherry, esercizio di ricalco di elementi già in scena da tempo; a sole due puntate dalla conclusione di Sharp Objects e dato il livello eccellente degli episodi che l’hanno preceduto, era legittimo aspettarsi qualcosa di più.

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