Che Sharp Objects fosse una perla di coraggio per la sensibile e schietta trattazione dell’autolesionismo – tema troppo spesso edulcorato dalla letteratura cinematografica e televisiva – era chiaro fin dalla conclusione del suo primo episodio; è però con la penultima puntata, Falling, che la serie HBO s’inoltra nel buio di un male ancor più nascosto e non per questo meno agghiacciante. In un ritmo serrato che cuce mirabilmente insieme la rivelazione di indizi volti tanto alla risoluzione del giallo quanto allo scioglimento dei nodi psicologici di Camille (Amy Adams), Falling squarcia il sipario su una scena rimasta finora celata o, per meglio dire, esposta senza destare sospetti come la lettera rubata di poeiana memoria. La morte di Marian (Lulu Wilson), alla base delle psicosi di Camille, è il tragico capolinea di uno stillicidio medico cui Adora (Patricia Clarkson) costrinse la figlia, portandola ad ammalarsi al solo scopo di tenerla legata a sé.

Il tortuoso processo mentale che spinse la donna ad avvelenare la bambina e che la sta conducendo a ripetere le medesime modalità omicide su Amma (Eliza Scanlen) non è un mero espediente drammaturgico, ma ha un nome medico tanto evocativo quanto specifico: sindrome di Munchausen. Gettare un fascio di luce su una psicopatologia ignorata dal grande pubblico è un servigio etico che forse il romanzo di Gillian Flynn non si proponeva d’assolvere, ma che nondimeno merita il nostro plauso.

Nel recente passato, The Bridge ha affrontato la sindrome di Munchausen – che prevede la costruzione di una malattia inesistente, da attribuire a sé o agli altri, al solo scopo d’attirare l’attenzione – facendone un elemento più marginale rispetto alla trama investigativa, ma rendendolo ugualmente rilevante nell’approfondimento del personaggio principale: così come in Sharp Objects, anche nella serie dano-svedese a far le spese della sindrome materna è una figlia, forgiata in una culla ostile e costretta a difendersi mantenendo chiunque a distanza.

Mai quanto in Falling capiamo bene Camille, il suo bisogno di edificare continuamente mura attorno a sé in un disperato istinto di autoconservazione, retaggio degli abusi materni e di un calvario medico scampato per un soffio; capiamo il senso di colpa nei confronti di Marian, vediamo finalmente i frammenti mancanti dei ricordi della protagonista, in cui Adora prova a costringerla a ingerire farmaci che, nell’accezione greca del termine, sono puro veleno. Ma l’immagine più forte di questa puntata è una soggettiva di Camille adolescente, che osserva la madre mordere al collo Amma neonata, per poi mormorare: “Ho avuto un’altra figlia malata.”

In questo quadro allucinato, la malattia – creata ad arte – delle ragazzine diviene una scala per consentire ad Adora di ergersi a madre modello su un piedistallo che, di fatto, poggia su un terreno intriso di morte e sofferenza consapevolmente imposta; un piedistallo divenuto, con la morte di Marian, folle altare sacrificale da cui Camille, più o meno consapevolmente, sta tuttora fuggendo. Lo dimostra lo scatto nervoso quando Adora le si avvicina per medicarle la caviglia; sebbene la realizzazione compiuta delle atrocità commesse dalla madre subentri in un secondo momento, a seguito dei referti su Marian lasciatele da Richard (Chris Messina), Camille intuisce il pericolo e se ne allontana, per quanto possibile.

Poco prima che la protagonista arrivi alla sconvolgente conclusione che l’assassino di Wind Gap altri non è che la sua squilibrata madre col suo carico d’amore cannibale, la polizia trova il proprio capro espiatorio in John Keene (Taylor John Smith); mentre il ragazzo è in fuga, s’imbatte in Camille e con lei condivide un momento di autentica intimità che, benché sfociata in un atto sessuale, affonda le proprie radici nel comune passato dei due personaggi, orfani di una sorella e fatalmente segnati dalla perdita subita. Contrariamente a quanto avvenuto con Richard, Camille si mette a nudo di fronte al ragazzo accusato; la lettura che John fa del corpo della donna va di pari passo con la reciproca comprensione tra lui e la giornalista, apertasi per la prima volta da chissà quanto tempo (lo stesso vale per il giovane, che scopriamo non aver mai fatto sesso con la fidanzata Ashley).

Il loro amplesso, splendidamente orchestrato e interpretato con straziata delicatezza dagli eccelsi Adams e Smith, risponde a un bisogno di condivisione del dolore prima ancora che a un’effettiva attrazione fisica; tutto questo sfugge agli occhi del geloso Richard, che fa irruzione nel motel dove i due si sono rifugiati per poi arrestare John e aggredire verbalmente Camille, accusandola di aver scaricato la colpa del degrado della propria vita al lutto subito anni addietro. Per il detective, offuscato dai sentimenti nei confronti della ragazza, è impensabile che il momento peggiore di una vita possa condizionarne il prosieguo; è questa divergenza di sentire che ci auguriamo possa essere colmata nel finale di serie, concedendo alla protagonista il calore di un affetto troppo a lungo negato(si).

Allo stesso modo, vedendo convergere i fili della trama, attendiamo impazienti di assistere alla resa dei conti tra Camille e Adora, uno showdown rimandato per anni e che forse potrà mettere fine alle sofferenze non solo della ragazza, ma costituire il punto di ripartenza per un’intera comunità: se Adora ha effettivamente estirpato le erbe marce Natalie ed Ann come tutto fa supporre – a partire dal dettaglio dello smalto applicato post mortem su una delle ragazzine – il crollo della matrona di Wind Gap potrebbe, nel migliore dei casi, innescare una reazione che porti i suoi ottusi abitanti a rivalutare i propri schemi di giudizio. In attesa di scoprire cosa ne sarà di Camille e di Amma, bloccata a casa e spettralmente agghindata come una vergine sacrificale, leviamo il meritato plauso a una puntata densa di vibrante verità.