Sebbene sia Amma (Eliza Scanlen) a proclamarsi Persefone in Milk, sorprendente finale di serie di Sharp Objects, al pubblico più in vena di parallelismi non sfuggirà come sia in realtà l’eroica Camille (Amy Adams) a incarnare perfettamente il ruolo di moderna dea dell’oltretomba; è lei infatti che, in una sublimazione che trasmuta il suo autolesionismo in strumento salvifico, si immola sull’altare della folle madre Adora (Patricia Clarkson) per preservare la sorellastra dalla morte che non è riuscita a evitare, anni prima, alla piccola Marian (Lulu Wilson).

Sotto lo sguardo indifferente (o rassegnato?) del patrigno Alan (Henry Czerny), Camille compie la sua discesa all’inferno veicolata dal veleno somministratole da Adora, nell’estremo tentativo di svelare la sindrome assassina che attanaglia la madre; dopo una frettolosa visita a casa Preaker da parte di Richard (Chris Messina), il deus ex machina che salva le due sorelle dalla morte è, inaspettatamente, Frank Curry (Miguel Sandoval), capo di Camille e figura genitoriale che s’incastra a perfezione nell’orrido scavato da Adora e Alan.

Uno dei punti di forza di Milk risiede, indubbiamente, nella paradossale affezione dimostrata in extremis da Adora nei confronti della sua primogenita: mentre avvelena il suo corpo con miscele letali, la madre riserva infine alla figlia una dolcezza negatale per anni. Accettando – solo apparentemente – le cure omicide di Adora, Camille conquista il diritto a essere amata. Approfittando delle ultime forze rimastele prima di crollare sotto il peso dei farmaci ingeriti, la ragazza riesce a farsi portavoce della defunta Marian, accusando la madre con un lapidario you burned her che assume qui la valenza letterale di cremazione tanto quanto quella metaforica di distruzione.

Distesa sul pavimento, Camille riceve una spettrale carezza di gratitudine dalla sorellina morta, in una scena di potenza drammatica impressionante; sembra poi perdere i sensi, per tornare al regno dei vivi grazie al soccorso di Frank e Richard. Emersa dall’Ade, la straziata eroina di Sharp Objects assiste all’arresto della madre e al salvataggio di Amma, che porta poi a vivere con sé a St. Louis in quello che sembra essere il felice epilogo di un viaggio nelle tenebre più oscure dell’animo umano. Con un senso di viva soddisfazione assistiamo al processo contro Adora, conclusosi con un’evidente condanna per gli omicidi di Ann e Natalie, e alle visite che l’inspiegabilmente affezionata Amma continua a fare alla madre in carcere.

È in questo momento di pacata rilassatezza emotiva, quando ogni tensione sembra essersi allentata di fronte a un nucleo familiare neonato e convalescente, che Sharp Objects compie un grande salto che potrebbe facilmente essere liquidato come colpo di scena a effetto: mentre osserva la casa di bambole che Amma ha portato con sé a St. Louis, Camille scopre con orrore che il pavimento riproduce in piccolo l’avorio dell’ambiente originale attraverso tessere formate dai denti strappati alle ragazze uccise.

Lungi dall’essere una semplicistica trovata shock, la rivelazione finale – accompagnata da un concitato montaggio degli omicidi di Natalie e Ann compiuti da Amma e dalle sue amiche – getta luce sulla natura ereditaria del dolore: abbiamo visto Adora parlare a Camille delle punizioni inflittele senza alcun motivo dalla madre Joya, alla base delle torture inferte dalla donna alle figlie; abbiamo osservato le penitenze incise dalla protagonista sulla propria pelle e, infine, scopriamo la diversa declinazione della rabbia da parte di Amma.

Se Camille rivolge verso di sé la furia disperata figlia di un’infanzia di abusi, la sorellastra la converte in un’arma che miete vittime innocenti e “imperfette” ridotte a bestie da cui ottenere materia prima, distorcendo la dinamica del bullismo secondo una variante, se possibile, ancor più agghiacciante. Non c’è la brutalità violentatrice del maschio dietro la morte di Ann e Natalie, ma il tocco fresco di assassini che somigliano in tutto e per tutto alle proprie prede e, per questo, restano al riparo da qualsiasi sospetto.

Sharp Objects si distacca, almeno in parte, dalla parabola di redenzione che sembrava aver profilato sin dal proprio esordio: sebbene la guarigione di Camille dai propri traumi infantili sia un balsamo notevole all’angoscia dei suoi otto episodi, il plot twist finale traccia i contorni di una sofferenza tutta nuova per la nostra protagonista spezzata. Sarebbe stato più confortante identificare con la matura Adora il male di Wind Gap: la scoperta della colpevolezza di Amma corrisponde, invece, alla raggiunta consapevolezza che non vi sia speranza di miglioramento per il mondo narrato nella serie.

Don’t tell mama, mormora Amma a Camille: persino dopo tutto ciò che è successo, resta immutata l’esigenza di aderire all’ideale di figlia modello su cui la ragazzina ha modellato la sua apparenza parziale, a uso e consumo di Adora. L’assassinio di due adolescenti ha, agli occhi di Amma, lo stesso peso di una marachella puerile, da tenere nascosta alla mamma per paura che si arrabbi oltre misura. Se la follia di Adora è, in tutto e per tutto, una degenerazione del suo famelico affetto materno, quella di Amma è la ben più raggelante evoluzione del suo innato egocentrismo, già emerso nella rievocazione storica del Calhoun Day e nella scena in piscina con John Keene (Taylor John Smith).

Non avremo mai una seconda stagione di Sharp Objects, e questo è un bene: tuttavia, non possiamo fare a meno di riflettere sul cupo orizzonte che i suoi istanti finali suggeriscono alla nostra fantasia di spettatori, con la telecamera che inquadra il ghigno infernale di Amma intenta a uccidere una nuova vittima, colpevole di aver attirato l’attenzione di Camille così come Natalie e Ann avevano fatto con Adora; in un vortice di follia che impone alla ragazzina di essere sempre al centro dell’attenzione, Amma emerge da un bagno di sangue con la grazia perfetta di un cannibale di fattezze angeliche, pronta a imprimersi nella memoria con quell’ultimo fotogramma che difficilmente scacceremo dalla retina dei ricordi.

Più che come thriller, Sharp Objects resterà nella nostra mente come acuta riflessione sul potere distruttivo della femminilità, resa abominevole dagli stereotipi di perfezione promossi dalla società: Wind Gap è il mondo, e Amma – così come Adora, determinata a eternare le proprie figlie nella fissità di una morte giovane – è lo strumento attraverso cui la bellezza “altra” viene spietatamente soppressa, spazzata via da questa terra; ciò che resta delle imperfette vittime è l’unica parte – i denti – che possa essere convertita per soddisfare i criteri di bellezza imperanti, in un circolo vizioso che fa della diversità un abominio e dell’omicidio una marachella estetizzante.

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