Si scrive “loop temporale”, si legge “universi paralleli”. Che sono un espediente fondante di tutta la mitologia di Stephen King. A questi Castle Rock si richiama, palesemente e finalmente, nel nono episodio della stagione, dopo aver a lungo accarezzato l’idea. Lo fa nel penultimo episodio della stagione, intitolato Henry Deaver (un nome che potrebbe trarci in inganno sul contenuto della puntata) e lo preparando il terreno per il season finale di questa serie così particolare. L’episodio risponde ad alcune domande, ci permette di inquadrare meglio i personaggi, ci consegna tra le altre cose un Bill Skarsgard loquace e molto bravo.

L’intera puntata spiega chi è in realtà il ragazzo senza nome. Si tratta di Henry Deaver, ma non di quello che abbiamo conosciuto fino ad ora. Si tratta di un Henry diverso, di una linea temporale alternativa nella quale Ruth e il pastore Matthew sono riusciti ad avere un figlio biologico. Henry è una persona responsabile, impegnata nella ricerca di una cura contro l’Alzheimer, che torna a casa nel momento in cui riceve la notizia del suicidio di Matthew. A Castle Rock trova il giovane Henry, quello scomparso nel 1991 che abbiamo conosciuto fino ad ora. Il ragazzo in realtà, cercando nei boschi la “voce di Dio”, si è perduto anch’egli in una dimensione alternativa, finendo vittima del pastore Matthew.

L’intero episodio gioca in questi eventi e in quelli successivi sul ribaltamento di prospettiva. Il diabolico ragazzo senza nome e senza voce, che a questo punto non è nulla di più che una vittima degli eventi, è prigioniero di una linea temporale alternativa, viene incolpato di un male endemico alla cittadina, viene tenuto prigioniero per molti anni da una persona che poi commetterà un suicidio. Ci sono questi elementi ricorrenti a tenere insieme come un filo le vite dei due Henry. L’episodio gioca quindi su affinità e divergenze, riportando sulla scena personaggi già morti come Dennis Zalewski, o raccontandoci diversi esiti per gli altri, come Ruth e Alan. Oppure presentandoci una versione abbastanza diversa del personaggio, come Molly, qui molto più sicura di sé.

Il mancato invecchiamento viene allora spiegato con il fatto che i personaggi appartengono a una linea temporale diversa (è una spiegazione come un’altra, la accettiamo perché fa parte delle regole della serie), mentre il male che circonda gli eventi di Castle Rock appare come una condizione affine a tutto il multiverso. A proposito di multiverso, nel suo gettare lì soliti riferimenti a vari romanzi dello scrittore, Castle Rock cita forse la sua opera centrale, la Torre Nera. Senza scendere nel dettaglio, l’idea di numerose realtà parallele che convivono è molto importante qui. Nel prendere questa idea, Castle Rock si pone in un’ottica molto particolare rispetto ai riferimenti che ha gettato finora e che getterà ancora in avanti. Questa è una possibile Castle Rock tra le tante, una in cui, per esempio, possiamo accettare di vedere una nipote di Jack Torrence senza che questo vada contro un presunto canone. Un modello narrativo malleabile, che può ispirare scelte creative.

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