Dove erano due corvi ad aprire lo storico pilot di Sons of Anarchy, esattamente dieci anni fa, adesso è un cane che divora un corvo sulla polvere rovente del confine messicano. È il primo di molti rimandi che Mayans MC farà alla serie madre nel corso del pilot. Kurt Sutter, dopo l’esperienza da dimenticare con The Bastard Executioner, torna su FX alle proprie radici, sotto il tetto sicuro, almeno per lui, delle bande dei motociclisti. Mayans MC arriva dopo un lungo processo di scrittura e recasting e un ripensamento generale del pilot. Una chiarezza d’intenti, se questa era l’obiettivo, che emerge nel corso dell’ora e dieci di cui si compone il primo episodio della serie.

Grezzo, sporco, immediato, violento. Così doveva essere e così è stato. Evidentemente Mayans MC non è Sons of Anarchy, ma non doveva esserlo. Questa è un’altra storia, che si concentra su altri personaggi e conflitti. Il protagonista è EZ Reyes, giovane recluta della banda che dà il nome alla serie. Ha un passato in galera e un futuro incerto. Lo vediamo fin da subito sfrecciare sul confine tra California e Messico, in un’inquadratura dall’alto che è già una dichiarazione d’intenti della serie. Ci sarà modo di parlare anche di tematiche sociali, immigrazione e quant’altro, ha dichiarato Sutter. L’ambientazione lo richiede, ma questa è una puntata che muove un passo dopo l’altro in sicurezza per mettere in chiaro i rapporti tra i personaggi, la violenza dell’ambiente in cui operano e i loro obiettivi.

Reyes ha dei rimpianti legati al proprio passato e ad una famiglia che, in un certo senso, ha perduto. Non scendiamo in dettagli per non svelare nulla del contenuto della puntata, ma il senso della famiglia ricorre moltissimo, in tutti i sensi. Alla base vige sempre quel particolare senso dell’onore che lega le bande al loro interno, ma anche l’una rispetto all’altra E c’è una sorta di fratellanza su due ruote all’interno della quale fremono le individualità. C’è Reyes quindi, ma c’è anche suo fratello, e c’è il leader del gruppo Marcus Alvarez, fin da subito figura di riferimento per tutti. C’è un villain che viene presto identificato come tale, e un conflitto che si agita su più livelli e che coinvolge personalmente il giovane Reyes.

L’episodio dura tanto – troppo – ma non annoia. Chi ha amato Sons of Anarchy, oltre a godersi alcuni riferimenti palesi, ritroverà il medesimo stile, la stessa violenza, quei lunghi momenti affidati alle canzoni in sottofondo che danno respiro agli eventi. Da rielaborazione della tragedia contemporanea quale è, Mayans non può poi basare tutto se stesso solo sul discorso della sopravvivenza di un gruppo di criminali per necessità, ma deve imperniare ogni conflitto sul binomio fiducia-egoismo, lo stesso che nella serie classica costringeva spesso a sacrificare parte della propria vita per il cluster. I personaggi sembrano avere le capacità di poter portare avanti un discorso del genere, e così gli interpreti, con J.D. Pardo, il protagonista, che esce bene da questo episodio.

Ci sono ingenuità di scrittura nei primi passaggi, e una certa grossolanità in alcuni momenti iniziali che devono mettere bene in chiaro alcuni concetti (transizioni verso flashback non proprio ispirate). Ma il pilot di Mayans si riprende in corsa riuscendo a raggiungere il proprio obiettivo.

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