The First, la serie di Hulu con Sean Penn che immagina la prima missione umana su Marte, è incentrata perlopiù sui problemi di droga della figlia del protagonista. Invece, lo spazio, con la sua fascinazione inarrivabile, la meraviglia della scoperta insita in quella che è, a tutti gli effetti, “l’ultima frontiera” per l’umanità, rimane per molto tempo sullo sfondo. La conquista del pianeta rosso esiste allora come misura delle potenzialità umane, del rischio folle, illogico per certi versi, che spinge uomini e donne lontano dal pianeta. Eppure non sarà mai al centro di tutto. The First si chiude in se stesso, troppo intimista ed eccessivamente drammatico, relegando la parte più interessante della propria storia ad alcuni slanci poetici ed altisonanti, ma troppo vaghi e distanti.

Ci troviamo circa nel 2030 e si cerca, tra molte difficoltà, di portare a termine la prima missione umana su Marte. Il clima, per vari motivi raccontati nei primi due episodi, è altamente sfavorevole. La percezione generale è quella di un’attività inutile, uno spreco di denaro pubblico che potrebbe essere destinato ad altre esigenze, e su tutto piove la forte critica sul rischio di vite umane. In un contesto simile, i due volti dell’agenzia sono quello dell’astronauta Tom Hagerty (Sean Penn) e Liz Ingram (Natascha McElhone), CEO della compagnia dietro il progetto. Per otto episodi da 45 minuti seguiamo le loro storie personali e quelle degli altri astronauti selezionati per la missione.

I primi due episodi di The First ci lasciano con una certa impressione su ciò che la serie potrà essere. Il tema dell’opportunità della missione è centrale, e coinvolge non solo gli addetti ai lavori, ma anche la politica, la burocrazia, la stampa. Al centro di tutto c’è l’esigenza di raccontare non la missione in sé, ma l’esigenza del gesto, la necessità che, fin dall’alba dei tempi, l’uomo ha di abbandonare la propria sicura caverna per cercare la luce. Tra l’ombra e la luce tuttavia si frappone il sacrificio che molti dovranno compiere. Dato che abbiamo citato “l’ultima frontiera” di Star Trek, potremmo aggiungere che “le esigenze dei molti contano più delle esigenze dei pochi”.

THE FIRST -- Sean Penn leads an ensemble cast in this near-future drama about a crew of astronauts attempting to become the first humans on Mars. Under the direction of visionary aerospace magnate Laz Ingram (Natascha McElhone), the crew contends with peril and personal sacrifice as they undertake the greatest pioneering feat in human history. Tom Hagerty (Sean Penn), shown. (Photo by: Paul Schrimaldi/Hulu)

Tuttavia, dal terzo episodio in poi, la serie muta registro. Tom Hagerty non riesce a rassegnarsi alla morte della moglie (Melissa George), non riesce ad affrontarne le circostanze, e ha un rapporto burrascoso con la figlia Denise (Anna Jacoby-Heron). E la serie è ben intenzionata a farci capire tutto ciò a discapito della trama spaziale. La storia allora frena, il ritmo si appesantisce, ci sono incursioni anche nel passato della famiglia, il tutto alternato a sprazzi dalle vite private degli altri astronauti. Nell’ultimo episodio, complice anche l’avanzamento di trama, il ritmo si rialza, ma è un risveglio tardivo.

Il problema centrale di The First risiede in una scrittura che funziona a compartimenti stagni, relegando ogni sviluppo drammatico ad una propria radice svincolata dalla trama generale. Queste sono storie che, con pochi accorgimenti, avrebbero potuto funzionare in qualunque altro contesto. Uomini Veri, film del 1983 diretto da Philip Kaufman, era una straordinaria epopea che raccontava l’inizio della conquista dello spazio. Non aveva scenari strettamente privati, e se questi emergevano, lo facevano solo alla luce di una narrazione più grande. Da Apollo 13 a The Martian, la lezione qui dimenticata è che lo spazio non ha bisogno di essere riempito con drammi alternativi, perché esso stesso si fa veicolo di storie intense, problemi morali, grandi metafore sull’umanità.

Al contrario, The First immagina un contesto futuristico, lo riempie di trovate fantascientifiche estremamente verosimili (realtà aumentata, comandi vocali), ma poi non dimostra sufficiente fiducia, e si rifugia in altre storie. Problemi tecnici, esempi di addestramento, nozioni sulla colonizzazione, e il dramma alla base filtrato tramite tutto ciò: The First avrebbe potuto essere tutto questo, ma ha scelto un’altra strada.

Non è escluso, anzi è molto probabile, che una seconda eventuale stagione risolva tutti questi problemi. La storia va nella giusta direzione, e il finale libera la serie da una serie di paletti scomodi. Intanto, per qualche motivo durante la visione il nostro pensiero è andato a Planetes, straordinaria serie d’animazione giapponese del 2003, che raccontava la vita di una squadra di raccolta di detriti spaziali. Un gioiello capace di conciliare perfettamente intuizioni fantascientifiche, un contesto realistico, personaggi veri in un ambiente verosimile. Ecco, questo è l’approccio migliore a materiale di questo genere.

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