Tornano gli X-Men. Non quelli della saga cinematografica, non quelli vagamente collegati a Legion, ma quelli di The Gifted. La serie della Fox, un po’ prodotto per teenager, un po’ family oriented, ritorna con una seconda stagione che fin dalla campagna promozionale ha promesso di migliorare i difetti dello scorso anno. Il tentativo è palese, ma il risultato è deludente. Con eMergence, lo show cerca di rilanciare le varie storyline puntando molto sullo scontro tra le fazioni dei mutanti. Quindi non più il punto di vista centrale degli Strucker su ciò che accade loro mentre vengono trascinati nella guerra contro i mutanti, ma uno sguardo più ravvicinato a partire dai singoli personaggi che hanno scelto da che parte della barricata stare.

La serie, così com’è, non funziona. Se fosse una serie di poche pretese, modellata sugli show della The CW, che ha trovato un suo equilibrio che le permette di andare avanti da anni, allora si potrebbe fare un altro discorso. Ma The Gifted non può, semplicemente, svincolarsi dai temi che i mutanti portano con sé al cinema, e quindi in tv, da quasi vent’anni. Si deve parlare di emarginazione, ci vuole una certa gravitas di fondo, il dramma deve essere tangibile. Qui poi tutto è ancora più vicino alla saga cinematografica, con la famiglia Strucker divisa nel profondo. Di tutt’altra pasta le dinamiche tra Magneto, Xavier e Mystica, ma il punto rimane quello di uno scontro che divide i simili e costringe a soffocare gli affetti.

Ma, per trattare temi simili – che peraltro sono già ridondanti da tempo al cinema – occorre un’iniziativa che la serie non ha. La fotografia è più grigia, l’episodio si apre con una scena di violenza all’Hellfire Club, e tutto l’episodio punta molto sulle divisioni e sui conflitti che dovrebbero dilaniare i personaggi. Ma ciò viene veicolato tramite la solita esposizione di grana grossa in cui l’azione finisce per apparire come un intermezzo irrinunciabile tra una schermaglia verbale e l’altra. I mutanti, Marcus, Blink, Thunderbird sono personaggi blandi, mentre la famiglia Strucker, ci dispiace dirlo, è abbastanza antipatica.

Capiamo le loro motivazioni, i loro dubbi, le loro giuste apprensioni da genitori e figli (sarebbe difficile il contrario, data la veemenza con cui i personaggi ci espongono chiaramente i loro sentimenti), ma non c’è alcuna costruzione empatica con questi personaggi. Che esistono in funzione di una serie nella quale non riescono mai ad emergere o ad avere un senso. Altri sedici episodi stagionali di lamentele di Caitlin sarebbero duri da mandar giù, e anche il povero Reed sembra soffrire parecchio la scrittura dello show. Ne esce meglio Lauren, personaggio più sensato nella propria famiglia, mentre Andy è vittima di una scrittura che distrugge un personaggio che già nella prima stagione non brillava per simpatia (quest’anno qualcuno ha anche pensato che i capelli biondo platino fossero una buona idea).

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