Alla sua seconda stagione, Big Mouth è ancora una volta il figlio adottivo di South Park e dei Griffin. Del primo riprende la prospettiva fanciullesca che diventa volano per la critica sociale, ma anche quell’ideale, e irreale, innocenza che è divertente sporcare con volgarità; del secondo riprende il delirio controllato, i non sequitur, le gag scatologiche che sono pura provocazione fine a se stessa. Il risultato è ancora una volta uno dei prodotti animati più sboccati in tv. La serie animata di Netflix, che è tornata con dieci nuovi episodi sulla piattaforma, conferma le impressioni avute lo scorso anno: mai esplosiva quanto la provocazione richiederebbe, ma capace di parlare il linguaggio degli adolescenti e di aprire porte scomode.

Un linguaggio degli adolescenti che, va detto, viene interamente declinato attraverso la sfera sessuale. Praticamente non esiste altro nella vita di Andrew, Nick, Jessi e Missy. La pubertà è ancora una volta un mostro incontrollabile, letteralmente, nel senso che si manifesta ad ognuno con il proprio personale “mostro degli ormoni”. In famiglia, a scuola, con gli amici, l’adolescenza viene raccontata come una mutazione scomoda e troppo veloce, qualcosa contro cui non esiste manuale delle istruzioni o mostro-guida che possa aiutare. Anzi, quest’anno ad accompagnare le esperienze sessuali dei ragazzini c’è anche il “mostro della vergogna”, che già dal nome dice tutto.

Se l’anno scorso Big Mouth era una strana variazione sul genere “mostro simbolico” (recentemente abbiamo visto sul tema I Kill Giants), quest’anno viene calcata ancora di più la mano sui temi della serie. Lo show mette in primo piano i traumi classici dell’adolescenza per la semplice necessità di mostrarli ad un ipotetico spettatore adolescente che potrebbe sentirsi rassicurato nel non essere l’unica persona a sperimentare certe sensazioni. Si parla senza freni di masturbazione, di sensi di colpa legati a fantasie erotiche, di orientamento sessuale, dell’attesa e del timore per ogni esperienza di scoperta del proprio corpo e di quello altrui. Il fine è sempre quello dell’elaborazione delle paure. Un esempio su tutti, c’è una canzone che parla alle ragazze della necessità di accettare il proprio corpo, con le proprie imperfezioni, senza inseguire modelli irraggiungibili.

La scrittura di Big Mouth non cerca la compensazione facile e il riscatto a tutti i costi. Le figuracce non si cancellano, semplicemente si impara a conviverci. Lo stesso protagonista è una specie di versione ancor più giovane del Jim Levenstein di American Pie: non smetterà di sbagliare, ma se non altro non si vergognerà più dei suoi errori, anzi cercherà di migliorare. E non c’è nessuna retorica sull’amore o i sentimenti in generale. In questo senso Big Mouth è una serie fortemente individualista, che proietta il percorso di ogni personaggio dentro di sé, e solo di riflesso nella propria esperienza con gli altri.

Nella serie debutta anche il personaggio di Gina (doppiata da Gina Rodriguez), notata da tutti nel momento in cui le si sviluppa il seno. E, ancora una volta, i momenti migliori sono quelli dedicati alle ragazze. Di adolescenti arrapati in cerca delle prime esperienze ne abbiamo visti raccontare molti, ma questo sguardo così schietto sulla pubertà femminile, in Jessi e Missy, offre qualcosa di originale. D’altra parte, proprio l’eccessiva schiettezza potrebbe essere un ostacolo.

Big Mouth non è così divertente come vorrebbe essere. Anzi, non riesce ad esserlo quasi mai. L’ossessione per la battuta, l’esagerazione e la sorpresa continua ossessionano la scrittura della serie (appunto i Griffin, che nel periodo d’oro però sapevano essere geniali), ma banalizzano concetti che in altri momenti lo show dimostra di saper inquadrare bene. Le scurrilità occasionali possono aumentare il realismo dei dialoghi e suscitare una battuta, ma se diventano un intercalare continuo sono solo rumore di sottofondo.

Mostri a parte, gli altri momenti in cui la serie si lascia andare (un cane che parla, il fantasma di Duke Ellington, ecc… ) non fanno ridere e non hanno nemmeno quella creatività che li riscatterebbe. Dato che è impossibile non pensare a South Park, la mitica ricerca del clitoride di Stan era molto più creativa e dissacrante rispetto alle centinaia di momenti in cui il mostro degli ormoni invita Andrew a masturbarsi. Per non parlare del percorso del signor Garrison, che in Big Mouth ha una pallida – e antipatica – imitazione nel coach Steve.

Per il resto, sarebbe interessante conoscere le percentuali delle fasce d’età di pubblico che segue la serie. Ma rimarremo con questa curiosità.

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