Un uomo senza speranza è un uomo senza paura (Daredevil: Rinascita)

Ed è una rinascita sotto molti punti di vista quella rappresentata dalla terza stagione di Daredevil. Al di là degli evidenti riferimenti all’omonima storia di Frank Miller e ai temi che questa porta in dote, si tratta di un blocco di episodi che giunge nella settimana della cancellazione di Iron Fist e Luke Cage. Nel suo momento più incerto, il Marvel Netflix Universe volge lo sguardo al passato, torna alle radici e ad una dimensione narrativa da poliziesco metropolitano disperato e cupo. Lo fa appoggiandosi, tra le altre cose, ad un villain abissale come il suo interprete e ad una scrittura molto solida. Accantonata l’anima sovrannaturale della seconda stagione e di The Defenders, la serie sul Diavolo di Hell’s Kitchen torna all’essenziale brutalità degli esordi, appaga anche quando non riesce a sorprendere, corteggia l’ombra mentre tende alla luce.

Dopo gli eventi di The Defenders, Matt Murdock è spezzato nel fisico e nell’animo. Torna, come faranno tutti i personaggi di questa storia, a quelle che rappresentano le sue radici familiari, e non solo in senso figurato. Viene accudito da Suor Maggie, consigliato da Padre Lantom, braccato dai fantasmi del suo passato e del suo presente. Sente un grido, è Hell’s Kitchen che lo sta chiamando ancora una volta. Wilson Fisk si offre di collaborare con l’FBI, viene trasferito in un appartamento privato, nulla è stato intaccato del suo tentacolare impero di corruzione. Karen e Foggy, ognuno con le armi a propria disposizione, la stampa e la legge, cercano di fermarlo. Intanto, si erge un nuovo nemico implacabile, meglio noto ai lettori dei fumetti con il nome di Bullseye.

Giustizia e corruzione

Daredevil vive la particolare condizione di essere una vicenda contaminata dal poliziesco più cupo, dal genere dei supereroi e da una morale di matrice cattolica. Queste influenze si rispecchiano in una storia che declina in varie forme parole ricorrenti in ognuno di questi ambiti: integrità, corruzione, etica, redenzione, perdono. Questi sono i temi che stimolano l’intreccio e che danno forza ai personaggi in scena. Il merito della scrittura allora è quello di comprendere la portata di questi temi e di farne il perno dell’intreccio sia dal punto di vista delle caratterizzazioni che da quello del puro motore dei fatti che accadono.

Se teniamo a mente tutto questo, possiamo meglio contestualizzare il senso assoluto di giustizia perseguito dalla scrittura come trionfo della legge degli uomini e della Legge di Dio. Matt Murdock, con il suo bagaglio morale e la sua formazione da legale, incarna entrambe. Stavolta allora il conflitto non è con la sua parte da vigilante (il costume rosso “ha perso di significato”), ma con il senso di sconfitta che potrebbe spingerlo alla scelta sbagliata. Quella scelta consiste nell’arrivare a uccidere il proprio nemico, che poi nella seconda stagione era anche l’unico grado di separazione con Punisher. Nell’ottica della serie, quel singolo gesto suggellerebbe anche la sconfitta dell’intero sistema.

Un sistema che Kingpin, subdolamente, non vuole distruggere, ma vuole plasmare, corrompere. Wilson Fisk è il Corruttore assoluto, la montagna bianca impossibile da scalare, capace di prevedere ogni tentativo e di seppellire sotto una valanga i suoi assalitori. All’anarchia totale del Joker del Cavaliere Oscuro che “faceva a pezzi” Harvey Dent, Fisk oppone la propria massiccia individualità, ma il risultato è simile. Ne fanno le spese gli agenti Benjamin Poindexter e Ray Nadeem, predisposti o meno alla corruzione, ma entrambi risucchiati nella rete di Kingpin. E la contrapposizione tra questi due personaggi è fondamentale per mostrarci come non solo “i cattivi”, ma anche “i buoni” possono cadere. E con essi la speranza per una “Rinascita”.

Le mani sulla città

Hell’s Kitchen è un grande organismo che divora e rielabora continuamente se stesso, ed è forte tanto quanto lo sono le sue strutture. C’è un romanticismo di fondo nel modo in cui il New York Bulletin interpreta la propria sacra missione editoriale e nel modo in cui questa è mostrata. Filtra quasi l’odore dell’inchiostro attraverso immagini che indugiano spesso sulla carta stampata, sui titoloni, sulle rotative. Ad un certo punto sembrerà normale per un personaggio scoprire di essere indagato attraverso la prima pagina di un giornale (non è impossibile, ma nel 2018 l’opzione più logica sarebbe lo schermo di uno smartphone). La stampa libera – anche in un senso molto idealistico – come argine ad un potere corruttore e manipolatore.

E ovviamente il dialogo con la legge e i suoi guardiani. C’è una continua dialettica tra Matt e Foggy sul tipo di approccio da utilizzare. Charlie Cox ci aveva detto che “se c’è un Matt in grado di uccidere, è questo qui”, ed è la verità. Foggy, da parte sua, non vacilla mai, non si arrende mai. Rispetto a Matt e Karen il suo percorso è più stabile, ma non per questo meno interessante. Foggy è un personaggio esaltato dalla propria fermezza piuttosto che dalle sue debolezze, ed è lui a mostrare la luce a chi potrebbe perdersi nel buio.

Osservando dall’alto questo sistema, c’è la sensazione di trovarsi di fronte a grandi blocchi unici trascinati al largo dalla corrente: la grande opinione pubblica, l’FBI, la polizia, il sistema giudiziario. Ma tutto funziona in un’ottica di genere (di generi) e comunque la serie riesce a trovare le sfumature nel racconto dei suoi personaggi.

All’ombra della famiglia

Tutti i personaggi della stagione sono definiti in base al rapporto con la loro famiglia. Insieme a tutti gli altri nuclei sociali che abbiamo nominato, la famiglia è il primo e il più importante nel definire il cuore dei personaggi. Ricorre l’immagine di una bussola che, invece del nord, può indicare la strada tanto per la rettitudine quanto per la perdizione. Matt scopre che Maggie è sua madre. Joanne Whalley dà il volto a un personaggio che dietro una maschera di distacco cela segreti e sensi di colpa, ma la scrittura trova nel finale anche spazio per parlare del rapporto “paterno” che Matt ha con padre Lantom.

Di Foggy, di cui conosciamo la famiglia, abbiamo già detto, mentre Karen torna ad essere un personaggio molto tormentato. La scrittura recupera saggiamente il momento di rottura che nella prima stagione coincideva con l’uccisione di Wesley. Ma ci fa scoprire anche qualcosa sul passato tragico della donna, prima che arrivasse a New York. Alla recitazione più pacata e ferma di Elden Henson, Deborah Ann Woll oppone un’interpretazione del personaggio eccessiva, che in ogni scena dà l’impressione di rimasticare azioni e reazioni, considerando ogni momento come il più importante, anche quando non lo è. È un approccio che va bene se ci si chiama Vincent D’Onofrio, mentre in altri casi può creare dei problemi. Nello specifico, il personaggio riesce nella particolarità di essere poco credibile sia come giornalista d’assalto sia come tossica allo sbando. Un flashback poco ispirato e troppo melodrammatico è la parentesi peggiore di una stagione molto solida.

Al contrario, proprio in un altro flashback, quello su Poindexter (Wilson Bethel), la scrittura ragiona con intelligenza sulle possibilità del mezzo. Bianco e nero, una dissonante ambientazione chiusa, e la presenza inquietante di Fisk che elabora informazioni e ricostruisce fatti. La presentazione di Bullseye è fantastica, così come la lenta costruzione della ragnatela che Fisk tesse intorno al personaggio. Non arriveremo mai a provare pietà per Dex, ma possiamo comprenderlo come personaggio che ha ceduto ai propri demoni. Nel rapporto con Fisk, quest’ultimo diventerà una sorta di figura paterna per lui, ma i due sono legati anche dalla rabbia e dalla necessità di una sorta di improprio “oggetto transizionale” (che per Fisk è il quadro, mentre per Poindexter sono le cassette).

Ma la grande sorpresa della stagione è Nadeem (Jay Ali). C’è una grande cura per questo personaggio che ci viene presentato già nella prima puntata, con i propri gravi problemi personali, la sua famiglia – ancora una volta – e i suoi desideri. Ci spingiamo a dire che il percorso del personaggio è anche più interessante di quello di Dex. Bullseye è condannato fin dal principio, da quel che è e dalle persone che incontra. Ma Nadeem è un buono che cerca di fare del bene. È imperfetto, ma è umano e prossimo a noi come pochi altri personaggi in questa serie. Il suo percorso, inatteso, è un’aggiunta molto gradita all’intreccio della stagione, ed è solo grazie a questo se possiamo accettarlo come ago della bilancia decisivo per sconfiggere Fisk. Quanto al Kingpin, poco da aggiungere: il bianco, il quadro, Vanessa, la bestialità di un mostro e l’ingenuità di un bambino. Vincent D’Onofrio è gigantesco, ed è superfluo dire altro.

Corridoi bui

Al termine di questa stagione di Daredevil rimane, tra le altre cose, un piano sequenza di undici minuti contenuto nel quarto episodio. Niente tagli invisibili, vari stuntmen coinvolti (vediamo Charlie Cox sostituito due volte nella sequenza) e grande tensione per un momento che ormai sembra un must in ogni stagione della serie. I tredici episodi, una volta tanto, sono giustificati, e le puntate si mantengono sui cinquanta minuti di media. Prime tre puntate di assestamento, rincorsa con la quarta e la quinta, e il resto scivola via con semplicità.

Erik Oleson comprende bene alcune lezioni che altre serie Marvel Netflix sembrano aver dimenticato: ogni personaggio deve avere un impatto sulla trama, non ha senso costruire delle “sidequest” per i personaggi secondari solo per prolungare la storia e giustificare la loro esistenza; le storie devono andare avanti, non si può rimestare l’intreccio puntata dopo puntata fino a farne una poltiglia immangiabile. Questa stagione forse non ha l’escalation lineare ed esaltante della prima annata, ma è quanto di meglio abbiamo visto nell’universo Marvel su Netflix da tantissimo tempo.

Inevitabilmente, non è provocatoria come la prima, e arrivata al climax degli ultimi episodi si priva di quel gesto sconvolgente – come la morte di uno dei personaggi principali – che avrebbe potuto sancirne la grandezza. L’episodio finale, inoltre, tira le fila in modo troppo meccanico. Ma sono piccole sbavature di scrittura in una stagione appagante e coinvolgente. Alla terza stagione Daredevil non è più una sorpresa, ma una certezza.

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