È inutile parlare di Making a Murderer rispetto ai suoi contenuti. Si tratterebbe di un’elaborazione soggettiva di una storia che già di per sé è molto filtrata da una visione unilaterale. Scandalo giudiziario o manipolazione audiovisiva? Non abbiamo una risposta certa e, in un momento storico in cui chiunque si sente in dovere di dire la propria su qualunque argomento (soprattutto quando non ne sa niente) preferiamo fare atto d’umiltà e evitare di trarre conclusioni. Diciamo allora che la docuserie Netflix si conferma un evento abbastanza interessante dal punto di vista del linguaggio utilizzato e sotto il profilo dell’interpretazione particolare che fa del genere documentario. A fronte di tutto questo, però, la seconda stagione non è del tutto giustificata.

La storia è sempre quella, di morboso fascino, di Steven Avery. L’uomo ha scontato diciotto anni di carcere per un crimine non commesso. Uscito di prigione, ha intentato una causa milionaria per ottenere risarcimenti. Appena due anni dopo la sua scarcerazione, è stato arrestato ancora, stavolta con l’accusa di omicidio. Giudicato colpevole, si trova in carcere. Le due documentariste Laura Ricciardi e Moira Demos sposano fin dal titolo della serie l’idea che l’uomo sia stato incastrato dalle autorità. Tutta la prima stagione ripercorreva il processo, concentrandosi su presunte confessioni estorte, prove non attendibili, contraddizioni varie.

Questa seconda stagione, quasi come seguisse il filo di una normale serie tv drammatica (il che dice molto sulla scrittura) poggia interamente su una “new entry”. Si tratta di un’avvocatessa tutta d’un pezzo, nota per aver accumulato una serie di casi in cui è riuscita a far scarcerare vari detenuti per ingiusta condanna. Questi dieci episodi, in mancanza di una adeguata struttura narrativa di supporto, poggiano interamente sull’analisi delle prove a sostegno della colpevolezza di Avery. Passiamo in rassegna alcuni capisaldi dell’accusa, come il DNA nell’auto della vittima, la confessione del nipote di Avery, il fatto – spesso ignorato nella prima stagione – che la donna da qualcuno deve pur essere stata uccisa.

Dal punto di vista del coinvolgimento, o della stessa ragion d’essere del prodotto, c’è un netto passo indietro rispetto alla prima stagione. La storia di Avery si avviluppava intorno ad una vicenda stranger than fiction, ed era interessante seguirne gli sviluppi, che partivano da lontano e quindi ci raccontavano il processo. Qui il tempo raccontato è molto più ristretto, gli eventi sono di meno, lo stesso Avery praticamente scompare, e ne udiamo solo la voce da conversazioni. Per contrasto, la serie si concentra molto di più sulla famiglia dell’uomo, sul disagio di chi crede fermamente alla sua innocenza, sulla tristezza di chi, come i più anziani, sa che probabilmente non vivrà abbastanza da rivederlo libero.

La visione della storia rimane parziale, e di certo le due documentariste non lo negano. Il montaggio alterna scene di vita privata all’analisi delle prove, con tanto di ricostruzioni in laboratorio, e il dramma umano ha un continuo contraltare nella concretezza della confutazione. Addirittura viene additato un potenziale altro colpevole, ma tutto si mantiene sempre ad un livello di presunzione, e non assume mai la portata generale, o anche solo ideale, che questa serie avrebbe potuto perseguire. La verità è che dopo che American Vandal ha in qualche modo scardinato le strutture narrative dietro i crime documentary contemporanei (scrittura da fiction e espedienti da serie tv) è difficile tornare a questi prodotti.

La stagione – esattamente come la seconda di American Vandal – si apre riflettendo sulle conseguenze della prima, anche riportando le critiche storiche alla serie. E qualcuno ricorderà che il processo ha accumulato più di 200 ore di dibattimento, mentre la prima stagione di Making a Murderer è composta da dieci. Nessun documentario al mondo può sperare di esaurire un argomento (anche un gioiello di divulgazione scientifica come Cosmos), ma quantomeno dovrebbe avere lo slancio necessario e l’aspirazione ad essere più della somma delle sue parti. Per prodotti come Making a Murderer forse si dovrebbe creare una definizione ad hoc.