Narcos: Messico si presenta come uno spin-off della serie principale, ma in realtà tutto quello che vedremo nei dieci episodi lo farà somigliare molto di più ad un arco narrativo chiuso di una serie antologica. La serie di Netflix condivide con il classico Narcos, oltre alla sigla, la stessa impostazione, linguaggio, alcuni personaggi, e non è mai un progetto davvero autonomo rispetto alla serie madre. Tuttavia, se da un lato non ha una sua particolare identità definita, al tempo stesso raccoglie il meglio delle tre stagioni precedenti, e ne fa tesoro per costruire una stagione tesa, coinvolgente, sempre in crescita. Forse la più compatta in questa brutale saga incentrata sul racconto del narcotraffico.

La stagione non è un sequel diretto degli eventi raccontati nelle precedenti stagioni. Facciamo un passo indietro, fino all’inizio degli anni ’80, e assistiamo all’ascesa criminale dell’ex poliziotto federale Felix Gallardo. Insieme al socio Rafael Caro Quintero, fonda il Cartello di Guadalajara, entra in contatto con i colombiani, gestisce il traffico di stupefacenti attraverso il territorio messicano e verso gli Stati Uniti. Gli si contrappone, idealmente e non solo, l’agente Kiki Camarena che, insieme ad altri agenti della DEA, indaga sul narcotraffico per colpire al cuore l’organizzazione criminale dominante.

Le prime due stagioni di Narcos erano dominate dalla presenza ingombrante di Pablo Escobar, che catalizzava tutta l’attenzione della scrittura. La terza stagione spostava l’attenzione sul Cartello di Cali, e in qualche modo sottraeva spazio all’epica da gangster in favore di qualcosa che si avvicinava di più al poliziesco puro. Narcos: Messico è una sintesi di quei due approcci. Il Felix Gallardo di Diego Luna non ha in scena quella presenza massiccia e inquietante che Wagner Moura sapeva incarnare. E d’altra parte la scrittura non cerca mai per il personaggio quel tipo di grandezza. Nel suo caso partiamo proprio dagli esordi, un piccolo pesce che trova l’occasione e cerca di sfruttarla. Negli occhi di Pablo si leggeva in ogni istante il barlume di follia pronto a esplodere, e c’era sempre un senso di inquietudine in ogni momento in cui era in scena. Gallardo è più inquadrato e metodico, molto più composto. Un personaggio più semplice da leggere forse, ma la sua pacatezza non deve ingannarci: se ci sarà da sporcarsi le mani, anche personalmente, non esiterà.

Se Diego Luna fa un lavoro egregio, Michael Peña è davvero una sorpresa. Per l’ennesima volta in carriera interpreta un poliziotto (anche se al grande pubblico sarà forse noto per la parlantina velocissima sfoggiata in Ant-Man) e lo fa scoprendosi il meno possibile. Piccoli tocchi familiari che servono a darci un’idea di chi sia, la giusta determinazione sia sul campo sia durante gli interrogatori. Ma nel suo caso non abbiamo mai l’impressione di avere a che fare con una scrittura che ci vuole imboccare nel ritrarre quella che, ricordiamo, è anche una figura realmente esistita. E Michael Peña in tutto questo fa un lavoro misurato, quasi invisibile nelle prime puntate, tanto che tutta l’attenzione sembra puntata sull’altra storyline (e in generale è così). Però alla distanza, quando la tensione della storia diventa più palpabile, tutto permette di raccogliere i frutti nella costruzione silenziosa del personaggio.

Il taglio semidocumentaristico è il solito: è più una dichiarazione d’intenti che un qualcosa di concreto, un cornice rappresentata da un voice over che sparisce sempre più andando avanti. Come nella costruzione dei personaggi, anche il ritmo della storia cresce con il tempo. I primi episodi di assestamento sfociano in una seconda metà sempre più tesa, fino agli ultimi episodi in cui la tensione drammatica si fa più palpabile. Narcos: Messico rimane comunque figlio di quella narrazione da gangster movie di cui in fondo non può e non vuole fare a meno. Sembrerà dirci questo la serie in un momento in cui uno dei personaggi vede Al Pacino in Scarface e decide di imitarne l’abbigliamento.

Rimane una serie che non deluderà quanti hanno amato le prime tre stagioni dello show. Una conferma quindi, invece di una nuova direzione. Ma si tratta anche di una stagione che nel finale guarda al futuro, e che lancia abbastanza palesemente personaggi fino a quel momento secondari verso un futuro da co-protagonisti. Scelta coerente in una serie che racconta la propria storia come se fosse una guerra (c’è proprio questo paragone), con nuovi soldati da una parte e dall’altra pronti a prendere il posto dei caduti.

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