Tutto è bene quel che finisce bene. O, in generale, quel che finisce. Nel caso di Luther, il finale della quinta stagione non solo non può essere classificato come lieta conclusione della vicenda narrata nei precedenti episodi, ma ha il sapore di un trampolino per un eventuale seguito che, al momento, risulta non essere nei piani. Meglio lasciarsi una porta aperta per ogni evenienza, a quanto pare. Porta che ha l’aspetto di una nuova odissea per il nostro tormentato protagonista (Idris Elba), che nell’ultima scena si ritrova ammanettato dal superiore Schenk (Dermot Crowley). L’arresto di John Luther è conseguente a un’escalation di violenza che ha viaggiato in parallelo con gli omicidi seriali di Jeremy Lake (Enzo Cilenti) e coinvolge, però, George Cornelius (Patrick Malahide) e l’amata-odiata Alice Morgan (Ruth Wilson).

Un fuoco incrociato che lascia cadaveri sul campo, tra cui Benny Silver (Michael Smiley) e Catherine Halliday (Wunmi Mosaku), a conferma del triste destino che ha accompagnato Luther nel corso degli anni: chiunque gli orbiti intorno, prima o poi, finisce per subire danni talvolta irreversibili. In particolare, Halliday ha avuto una brillante evoluzione nel corso delle quattro puntate, facendo spostare l’ago della bilancia del giudizio di Luther da un malcelato disprezzo fino a un’ammirazione quasi affettuosa (stiamo pur sempre parlando di un personaggio ruvido e burbero). Per questo, l’uccisione della ragazza da parte di Alice colpisce con la violenza di un proiettile lo spettatore, oltre a decretare – in modo, se andiamo a ben guardare, un po’ facile – il definitivo crollo delle simpatie del pubblico nei confronti della spietata assassina.

Ancora una volta, John Luther si fa veicolo del sentimento del pubblico: dopo un’estenuante altalena in cui è passato continuamente dal desiderio d’affrancarsi da Alice all’incontrollabile impulso di proteggerla, la corda si è spezzata. Sebbene, nel loro scontro finale, sia evidente il desiderio da parte del detective di salvare la vita alla donna che – suo malgrado – ama, il volo a ralenti della sua nemesi che precipita dall’impalcatura porta con sé un inevitabile sospiro di sollievo per lo spettatore. Luther ci ha insegnato come non si debba mai dare per scontata la morte di un personaggio il cui corpo è ancora tutto intero, ma dobbiamo convenire che stavolta le onde emozionali della stagione stessero tutte conducendo Alice e John presso questa tragica, ultima spiaggia.

La cupezza dell’epilogo viene ampiamente preparata non solo dalle morti di Catherine e di Benny, ma dal “capolavoro” sanguinoso di Jeremy Lake, arrestato solo dopo aver compiuto un massacro e aver scenografato i corpi a formare una macabra “famiglia felice”. Va dato atto a quest’ultima stagione di Luther di aver saputo sapientemente bilanciare la presenza della trama legata al caso Lake e gli accadimenti più strettamente privati della vita del protagonista, in uno scambio di tonalità inquietanti reciproco ed efficace. Benché, a una prima occhiata, il finale indulga verso un barocchismo tragico che falcia i personaggi con apparente frettolosità, si tratta della conclusione ideale per una serie che si è configurata da subito come una grande tragedia, in cui i drammi interiori del protagonista riecheggiavano in ogni fotogramma e accadimento.

Vista in quest’ottica, l’ultima stagione di Luther merita un elogio per aver saputo combinare con sapienza tutti gli elementi dei quattro precedenti archi di puntate, confermando lo show di Neil Cross come uno dei prodotti più intrinsecamente corenti della televisione britannica, talvolta incline a cambi di rotta mossi da esigenze che poco o niente hanno a che vedere con la qualità drammaturgica. Non era facile concludere la storia mantenendone l’afflato tragico e, al contempo, lasciando la porta socchiusa a un eventuale prosieguo: questo finale, seppur imperfetto, vi è riuscito senza sacrificare gli elementi cardine della serie, ma anzi confermandone l’essenza più originale e inconfondibile.

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