Sarà sufficiente uno sguardo alle cicatrici di Billy Russo a dirci tutto sulla seconda stagione di The Punisher. Tra la nostra reazione delusa al volto ferito del personaggio e il senso di orrore che a quanto pare dovremmo provare, emergono i problemi di una scrittura che deve spiegare continuamente emozioni e caratteri proprio perché non riesce a raccontarli. A quel punto si riaffacciano i problemi storici delle serie Marvel su Netflix: troppi episodi, un intreccio diluito, situazioni ripetute e un generale senso di frustrazione. Ma forse il peccato peggiore di questa seconda – probabilmente ultima – stagione è quello di aver voltato le spalle a quanto di buono avevamo visto nella prima, fino a spingerci a metterne in discussione il valore.

La stagione, composta da tredici puntate, è divisa in due storyline distinte che si sovrappongono fino alla conclusione. Nella prima Frank si imbatte in una giovane che fugge da una comunità religiosa che nasconde dei segreti. Il vigilante prende sotto la sua ala protettrice la ragazza, le insegna come sopravvivere, si scontra con l’emissario della comunità. La seconda storyline è incentrata sul risveglio di Billy Russo e il suo completo smarrimento. Il personaggio è spezzato, perseguitato da ricordi e visioni di teschi, e fatica a trovare un equilibrio. La sua parte violenta prende il sopravvento, e anche in questo caso Frank si troverà in mezzo al fuoco nemico.

Le cicatrici di Billy Russo erano già state svelate nella campagna promozionale e nei trailer. L’impatto dei primi tre episodi, che giocano sull’attesa nel vedere il suo volto, è quindi di per sé diminuito, ma è l’importanza che la scrittura pone su quelle ferite a stridere del tutto con la loro apparenza. A cascata ne escono ridimensionate le turbe mentali del personaggio, la sua ossessione, il rapporto ambiguo con una donna di nome Krista. Ma questo è un problema generale in una stagione che si accontenta di enunciare, invece di mostrare, come nel caso del rapporto tra Frank e la giovane Amy. E quando la presunta complessità dei caratteri richiederebbe qualcosa in più, è automatico il ricorso al fantasma della famiglia morta del protagonista, come se enunciare continuamente un trauma che conosciamo bene bastasse a sopperire ad altre mancanze.

È difficile riuscire a capire quale delle due sottotrame sia la principale. In un primo momento sembra essere quella legata alla ragazza: i primi episodi sono dedicati a lei, Billy Russo rimane congelato in una struttura con una maschera sul volto, e tutto sembra puntare in quella direzione. Il primo episodio è lento, ma c’è una continua costruzione del momento e del dramma, che gioca sul desiderio quasi inconfessato di Frank di costruire nuovi legami. D’altra parte la minaccia cresce lentamente, ed esplode in un finale d’azione soddisfacente, un prologo che lancia l’intera stagione. I legami dovranno attendere, forse per sempre.

È un attacco molto buono, che gioca sul rapporto riconoscibile e immediato tra il guardiano feroce e la giovane da salvare. C’è Leon, ma c’è soprattutto l’idea di imbastire una storia a cui è facilissimo agganciarsi. Così, arrivati ad un terzo episodio molto contenuto, che racconta un assedio in stile Distretto 13, la storia è lanciatissima. Tuttavia, si tratta anche della puntata che ripaga l’attesa nello scoprire il volto deturpato di Billy Russo, fino a quel momento coperto da una maschera. Il personaggio entra nella partita. E dall’inizio della puntata successiva qualcosa si spezza. Qui il valore delle sottotrame si confonde, perché confusa sarà l’esposizione degli eventi.

Nell’assenza di Micro, c’è l’agente Madani a tenere banco insieme ad un pugno di altri personaggi, ma nulla ha valore di per sé perché tutto – come nella tradizione – tende a posticipare ogni soddisfazione e risoluzione. In questo senso la struttura della seconda stagione di The Punisher segue gli stessi passi della seconda di Luke Cage. Ogni puntata è un grande contenitore di conversazioni prima che di eventi che muovono la trama. Si gioca con gli incastri tra i personaggi, si modellano le discussioni per cercare di ricavare qualcosa che abbia un sapore più approfondito, o che almeno dia l’impressione di averlo. Ma manca la sensazione di fluidità negli eventi narrati. A volte Frank arriva a fare la voce grossa (e la serie ne guadagna immediatamente), ma anche il suo personaggio è vittima degli eventi, o della mancanza di questi.

Jon Bernthal assume il ruolo con la stessa predisposizione da animale chiuso in gabbia, rabbioso e confuso. La serie rimane fedele alla sua impostazione violenta, abbraccia la coolness del personaggio solo in sporadici momenti, giocando sulla natura poco conciliante ed eroica del “giustiziere della notte”. A questo proposito è un peccato che, arrivati infine ad un serio momento di conflitto per il personaggio, la scrittura trovi il modo di scagionarlo dai suoi errori.

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