“Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, il torto dell’oppressore, l’ingiuria dell’uomo superbo, le pene dell’amore non corrisposto, i ritardi della giustizia, l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni, quando egli stesso potrebbe darsi pace con un semplice stiletto?” L’accostamento tra il celeberrimo monologo dell’Amleto di William Shakespeare e Suburra, prima serie Netflix italiana che debuttò nell’autunno del 2017, potrebbe apparire azzardato. Eppure, nei versi del Bardo sono contenuti i temi che hanno fatto da asse portante ai primi dieci episodi di uno show che, seppur con ritmo altalenante, aveva provato ad ammantare lo squallido scenario criminale romano di una cappa epica, tanto da avvicinarne il tono più a Game of Thrones che a Romanzo Criminale.

Tracce chiare e inconfondibili di quell’intento sono individuabili anche nella seconda stagione, da oggi disponibile su Netflix con le otto puntate dirette da Andrea Molaioli (La ragazza del lago) e Piero Messina (L’attesa); proprio nella regia si notano cambiamenti positivi apportati nei nuovi capitoli, che adottano un’estetica più cinematografica di quanto non avesse osato la prima tranche di episodi. Tuttavia, stavolta la sceneggiatura risulta meno avvincente rispetto all’esordio; paga, è vero, lo scotto di non esser più una novità e di dover raccontare personaggi ormai ben delineati e, nel loro essere statuari, sempre meno malleabili in termini di metamorfosi interiore.

Ma se togliamo a Suburra la possibilità di raccontare l’evoluzione dei propri protagonisti, cosa resta? Una serie di eventi ben giostrati, sapientemente ritmati, che rischiano però di scivolare nella prevedibilità. Fin dall’inizio sospettiamo quale potrà essere il destino della rinnovata triade composta da Aureliano Adami (Alessandro Borghi), Alberto “Spadino” Anacleti (Giacomo Ferrara) e Gabriele “Lele” Marchilli (Eduardo Valdarnini): i più forti resistono, i più deboli soccombono e requiscant in pace. Un criterio selettivo vincente sulla carta, ma che priva la serie di alcuni personaggi chiave, la cui assenza si fa sentire ben presto, laddove le principali new entry risultano drammaturgicamente opache, seppur supportate da buone prove attoriali.

Suburra

DA QUESTO PUNTO SONO PRESENTI SPOILER

L’impressione generale è che questa seconda stagione rappresenti un cuscinetto narrativo tra il grande epos del debutto e un futuro che trova il suo punto d’arrivo nel film di Stefano Sollima (non mancano strizzate d’occhio in tal senso); è ancora presto per escludere la possibilità che Suburra – La Serie appartenga a un’altra continuity rispetto alla sua controparte cinematografica, ma le morti di Livia Adami (Barbara Chichiarelli) e Lele, come il risveglio di Manfredi Anacleti (Adamo Dionisi), segnano un cambio di rotta che riporta la storia principale più in linea con le intenzioni di un prequel.

Risolto l’iniziale conflitto nei primi due episodi, la ripristinata alleanza tra Aureliano, Spadino e Lele sembra infatti non subire particolari scossoni fino al finale di stagione: neppure la verità sulla morte di Tullio Adami turba in modo significativo gli equilibri tra i tre, e l’unico elemento di reale svolta nel loro rapporto è racchiuso nel proiettile (controparte contemporanea dello stiletto citato nel monologo dell’Amleto) che lo stesso Gabriele si pianta in testa di fronte ai due amici, incapace di sopportare una vita criminale senza possibilità di redenzione. Una scelta coerente, che come detto riporta la serie verso gli eventi narrati nel film rinunciando a quello che era, dal punto di vista sceneggiatoriale, il lato più debole del triangolo dei personaggi principali. Duole separarsi da Lele, specialmente alla luce della crescita attoriale che abbiamo osservato in Valdarnini tra la prima e la seconda stagione; la speranza è che la sua scomparsa, come quella di Livia, abbia un peso superiore a quella di Isabel.

Certo, il tenebroso Aureliano non concede immediatamente le sue grazie alla giovanissima Nadia (Federica Sabatini), da lui “adottata” dopo averle freddato il padre sotto gli occhi; per un attimo, Suburra ci illude di essere coraggiosa, evitando al protagonista la frettolosa consolazione del sesso con un personaggio di dubbia utilità narrativa. Ma è l’esitazione di un attimo: basta aspettare qualche episodio per vedere il nostro ex ossigenato antieroe capitolare, in un momento in cui peraltro l’amplesso tra i due risulta particolarmente forzato; gli fa eco, di lì a poco, un improbabile bacio in luogo pubblico tra la Sara Monaschi di Claudia Gerini (in secondo piano rispetto al peso ricoperto nella prima stagione) e l’Amedeo Cinaglia di Filippo Nigro.

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Si fa un gran parlare dell’introduzione di nuovi personaggi femminili nella serialità, ma relegarli al mero ruolo di love (?) interest dei protagonisti ne fiacca la credibilità, aumentando il rimpianto per la perdita di una figura come Livia che, a nostro parere, poteva essere sfruttata più efficacemente in questi nuovi episodi. Questo senza nulla togliere a quella che è – assieme al suicidio di Lele – la scena più emozionante dell’intera stagione: il drammatico confronto tra Livia e Aureliano, con quest’ultimo diviso tra la sete di vendetta e l’amore fraterno, adombrato di una morbosità prima suggerita e poi esplicitata. Una sequenza potentissima, che l’intensità quasi bestiale di Chichiarelli e Borghi fa assurgere a perfetto esempio di arte tragica.

A bilanciare la dubbia riuscita del personaggio di Nadia interviene, in parte, la poliziotta Cristiana interpretata da Cristina Pelliccia; sebbene operi nel segmento narrativo meno avvincente della serie (con echi da Distretto di Polizia che si discostano nettamente dal tono generale), è protagonista di un originale plot twist nella seconda metà di stagione, e ci auguriamo che possa evolvere degnamente nell’eventuale prosieguo della serie Netflix. Ma sono Adelaide Anacleti (Paola Sotgiu) e Angelica Sale (Carlotta Antonelli) le stelle più luminose di questi nuovi episodi, vero cuore pulsante della storyline degli zingari (che risulta, non a caso, la più riuscita dell’intreccio). In un contesto fortemente maschilista, queste due nemiche emergono come punte di diamante, senza che la loro evoluzione si pieghi a forzate logiche di genere: convincono, sorprendono e appassionano non perché femmine, ma perché ben scritte.

Anche quest’anno, Suburra presenta al pubblico uno scenario desolato, in cui tanto la politica quanto la Chiesa subordinano la propria funzione primaria agli interessi individuali più gretti, trovando l’infernale punto d’incontro in un Samurai più agguerrito che mai, contraltare dell’uomo stanco visto nel finale della prima stagione. È una vasca di squali, un’arena di belve feroci affamate di sangue e potere, in cui ogni ombra di etica – Gianni Taccon e Franco Marchilli nella prima stagione, Mara (Fiorenza Tessari) nella seconda – viene cancellata con il delitto o con la corruzione.

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L’esiguo spazio che il sentimento riesce a rosicchiare in questo universo brutale è comunque destinato a soccombere: mentre Manfredi riapre gli occhi, suo fratello (superba come sempre la prova di Ferrara) mette fine alla vita dell’amante Teo (Aleph Viola) – a loro si deve l’unica scena di sesso di questa stagione – per salvaguardare il proprio segreto. È la beffa finale per Alberto, un cruento – e non troppo sofferto – rito di passaggio che dovrebbe garantirgli il comando del clan, ma che si rivelerà inutile se Manfredi tornerà a casa Anacleti. Proprio l’epilogo, con Manfredi che apre gli occhi chiedendo alla madre “Cosa mi sono perso?”, mette in luce il peccato mortale di questa seconda stagione: la freddezza.

Freddo è l’intreccio, freddi sono i protagonisti – anche in virtù di una crescita personale avvenuta in un mondo spietato – e gelido è il finale. Teo non è Isabel, Suburra non tenta neppure di appassionare lo spettatore al suo legame con Alberto; a riscaldare questo clima glaciale restano solo le fiamme del rogo (purificatore?) che consuma le carni di Lele dinnanzi agli occhi di Aureliano e Spadino, che questa conclusione – a seguito di un breve ma toccante chiarimento sulla sfortunata passione della prima stagione – vede uniti come mai prima e pronti ad allearsi con l’ex figlioccio di Samurai, lo speaker Adriano (Jacopo Venturiero).

Con quest’immagine ancora una volta triangolata, Suburra prepara il terreno a un ennesimo parricidio, ricordandoci la sua linea tematica fondamentale: la brama di potere che passa attraverso l’eliminazione dei padri. Caro Manfredi, ecco cosa ti sei perso: molti eventi in un paesaggio freddo rischiarato da pochissime, brucianti emozioni. C’è un po’ di Shakespeare anche in questo.

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