The Umbrella Academy non è strettamente una serie di supereroi, eppure ne condivide moltissime caratteristiche, e i suoi modelli di riferimento sono indubbiamente quelli. C’è prima di tutto un’accademia speciale nella quale vengono addestrati dei giovani in possesso di doti sovrannaturali. E basterebbe questo a identificarla come una variazione su un’idea già abbondantemente sfruttata, in primo luogo dagli X-Men. Ma la serie di Netflix (in arrivo il 15 febbraio), tratta dall’omonimo fumetto di Gerard Way, non si ferma qui. Prende spunti da film, fumetti, serie tv di supereroi, aggiunge una spruzzata di fantascienza strutturata quel tanto che basta, rimescola il tutto nel modo migliore possibile. Questa serie, che parte con un’idea narrativa molto forte, vince infine grazie ai suoi personaggi, ad uno stile personale cercato e conquistato, e ci lascia con gli occhi sbarrati su un finale che chiede a gran voce un seguito.

Nel mondo della serie, decine di donne in un recente passato hanno dato alla luce contemporaneamente dei bambini con dei poteri speciali. Sette di questi sono stati rintracciati e adottati da un miliardario di nome Reginald Hargreeves, che li ha cresciuti nella propria villa. L’obiettivo dichiarato dell’uomo era quello di addestrarli per farne una squadra speciale contro i criminali. Tuttavia, il carattere altero e scostante dell’uomo ha portato i ragazzi ad abbandonare di volta in volta il tetto familiare per cercare la propria strada. Oggi, tutti loro si ritrovano nella stessa villa per seppellire il padre. La premessa si ricollega alla minaccia, palesata fin dal trailer, di un’apocalisse imminente, che viene annunciata agli altri da uno dei fratelli in grado di viaggiare nel tempo.

Sviluppata da Steve Blackman, già produttore di Legion e Fargo, The Umbrella Academy riesce in un’impresa molto difficile. Non inventa nulla di nuovo, è imperniata su personaggi e storie che in qualche modo saranno per noi familiari, ma al tempo stesso non rielabora in chiave metanarrativa quegli elementi. Tende invece a presentarsi come una storia classica, con le sue svolte, le sue minacce, i suoi colpi di scena. Gioca sullo stesso terreno delle opere che imita o omaggia, cerca l’equilibrio tra le sue componenti. E quando dopo un pilot fulminante e due-tre episodi di assestamento lo trova, diventa molto godibile.

Il riferimento agli X-Men, che non può essere ignorato, non riguarda il solito discorso su discriminazione o pregiudizi. Come per i mutanti di Xavier, i poteri non rappresentano la distanza rispetto agli altri, ma l’irriconoscibilità rispetto a se stessi, tipica dell’adolescenza. Si parla delle fratture dell’animo in ragazzi, o bambini, che crescono in corpi che faticano a riconoscere o controllare. I poteri allora sono specchio e causa di quelle paure, ne influenzano le caratterizzazioni, determinano il destino di quei personaggi. C’è chi può parlare con i morti, e si condanna a cercare di annebbiare la propria mente; c’è chi ha un fisico troppo massiccio, e prova maldestramente a celarlo; c’è chi non ha poteri, e dedica la propria vita alla ricerca di un riconoscimento delle proprie qualità. Quest’ultimo personaggio, di nome Vanya, è interpretato da Ellen Page, che proprio nella saga degli X-Men interpretava Kitty Pride.

È comunque solo il riferimento più marcato in una serie che oscilla tra Heroes, Gli Incredibili, Utopia, che gioca con uno degli elementi più ricorrenti della fantascienza quando si parla di viaggi nel tempo (di più non si può dire), e che sul finale si rifà a uno degli archi narrativi della Marvel più famosi di sempre. Il tutto con uno stile che rigetta la seriosità talvolta esasperante di molte produzioni Netflix, e trova il modo di giocare e alleggerire la propria storia. Lo fa mixando un tono che alterna serietà e violenza, divertimento e momenti di puro godimento della storia, favoriti anche da una soundtrack di titoli noti – e anche questi abbondantemente utilizzati – ma sempre valorizzata e giocata talvolta in modi sorprendenti.

In questo senso è calzante il paragone con Utopia, che riusciva nella particolare impresa di tradurre in un contesto reale – o verosimile – quello stile fumettoso che era così importante per la trama. The Umbrella Academy, che verosimile non è, sa concedere il giusto spazio al proprio dramma, ma si ricorda di non prenderlo troppo seriamente e di divertirsi nel raccontarci la sua storia. Nei suoi momenti migliori ci riesce affidandosi al Klaus di Robert Sheehan – personaggio che ha il miglior arco narrativo – o ai due assassini Hazel (Cameron Britton irriconoscibile dopo Mindhunter) e Cha-Cha (Mary J. Blige). Escono fuori molto bene anche i personaggi interpretati da Tom Hopper (Black Sails) e Aidan Gallagher. Più sacrificati invece Diego (David Castañeda) e Allison (Emmy Raver-Lampman).

Ad un certo punto la combinazione tra ingredienti funziona così bene che ogni trovata, perfino la più eccessiva e slegata dalla trama, ha il sapore di una spezia che si lega con tutto il resto, e ci lascia con un finale che ci fa desiderare di volerne subito ancora.

Consigliati dalla redazione