Il poliziesco di True Detective per come lo intende Nic Pizzolatto corteggia solo marginalmente la struttura del giallo classico. Può lasciar intendere talvolta la volontà di appoggiarsi al tradizionale whodunnit, un accumulo di informazioni tra le quali si annidano collegamenti logici che svelano il colpevole per chi ha orecchie per ascoltare. Ma, sotto la superficie, si agitano riferimenti più lontani, dal noir all’hard boiled, che trascendono l’intreccio del singolo caso per raccontarne la sovrastruttura che lo genera. C’è un ambiente malato tutto intorno, che puzza, gorgoglia nel buio, infetta e imputridisce i grigi territori del sud degli Stati Uniti.

E quel male ha vari nomi. I Tuttle della prima stagione come gli Hoyt della terza, due facce della stessa medaglia coperta da un velo di omertà, quando non di incredulità. La rete di controllo e il potere corruttore dell’ambiente e di chi lo abita, che travia ciò che c’è di più puro e innocente. E riesce nell’inganno massimo, quello di convincere tutti di non esistere. Il settimo, penultimo episodio stagionale di True Detective, intitolato The Final Country, rimarca queste considerazioni fino agli estremi possibili. Si apre inevitabilmente con l’unica fine possibile per Tom Purcell, trovato morto dopo essersi infiltrato nella villa degli Hoyt e aver dato uno sguardo al “castello rosa”, che tanto somiglia alla Carcosa di questa stagione, un paradiso artificiale che invece cela un incubo.

Le schegge di memoria di Wayne Hays nel 2015 illuminano vari momenti determinati, come fari nella notte svelano la scomparsa di tante pedine della storia. Lucy, Tom, Dan, e infine anche Harris James. Già nelle scorse puntate era emerso questo sentimento particolare e così ostico da definire, una specie di rimorso per qualcosa che non si riesce a ricordare. Quel qualcosa è meglio contestualizzato dalla puntata, che tra le altre cose inserisce una nuova breve linea temporale – che potremmo collocare nel 2000 – e ci mostra una Rebecca cresciuta e ancora in buoni rapporti con il padre. Ma questo è anche il racconto dell’indagine, e di ciò che accadde in particolare negli anni ’90.

Qui il rapporto tra Roland e Hays assume contorni particolari, con il primo che concede al secondo un’occasione per riabilitarsi, ma infine viene trascinato in uno scontro drammatico che culmina con la morte di Harris (si era parlato di un segreto nascosto nel passato). La relazione tra Roland e Hays è uno degli elementi più sfuggenti della stagione: forse leggiamo troppo nei loro dialoghi, ma c’è qualcosa di inconfessato che emerge nei momenti di rabbia del primo nei confronti del secondo. C’è una voglia di ferire, di colpire dove fa più male – ancora il razzismo – che sembra andare oltre la semplice delusione. Sappiamo che Tom aveva dei problemi con la propria omosessualità latente, forse non era l’unico.

Amelia, dopo la sfuriata subita la scorsa settimana durante la promozione del proprio libro, riprende a indagare. C’è un collegamento a posteriori tra l’uomo con un occhio solo, ex procuratore di nome Watts, e la cerchia ristretta che fa capo agli Hoyt e al loro coinvolgimento con i casi di pedofilia. Ed è qui che, tracciando un collegamento netto con la prima stagione, si svela meglio l’intenzione della documentatrice Elisa nel 2015, che è quella di comprendere meglio i contorni della rete di pedofilia che identifica se stessa con il simbolo della spirale. Appaiono i volti di Rust Cohle e Marty Hart, ma è un collegamento che basta a se stesso e che ci riconduce alle osservazioni iniziali. Il Re giallo, se esiste, ha tanti volti e tanti nomi.

True Detective va in onda ogni lunedì su Sky Atlantic in lingua originale con sottotitoli alle 21.15 (e alle tre di notte fra domenica e lunedì, in contemporanea con gli USA) e il lunedì successivo nella versione doppiata in italiano.

Consigliati dalla redazione