Un uomo giovane si smarrisce nella giungla, un uomo anziano si smarrisce in un vialetto. E la vita è tutto ciò che accade nel mezzo, una immensa parentesi scomposta e dai confini illusori. Usando un’immagine letteraria: “una scheggia di luce che finisce nella notte”. Con l’ottava puntata termina la terza stagione di True Detective, così simile alla prima, eppure così personale e intima nel raccontarci la storia di Wayne Hays e della sua ossessione per un caso di cronaca la cui risoluzione potrebbe riempire i vuoti della propria vita. Anche nel finale, la serie di Nic Pizzolatto si mantiene fedele a se stessa. Rigetta la tentazione di affidarsi al culmine dell’intreccio, scarta all’ultimo secondo negandoci la soddisfazione finale, ritorna alla storia personale del protagonista, che è sempre stata più importante del caso in sé.

L’episodio si apre con il confronto tra Hays e Hoyt. La presenza di Michael Rooker era già stata anticipata da un’immagine nel sesto episodio e dalla sua voce nel settimo, ma qui lo vediamo per la prima volta interagire con il protagonista. I due fanno una lunga passeggiata nel corso della quale le minacce velate lasciano il posto ad un’aperta ostilità. E Hays infine vacilla di fronte alle ripercussioni promesse dal suo avversario. La scrittura non ci offre nulla di più su Hoyt, perché qui l’esigenza consiste nel mantenerne l’integrità all’interno e all’esterno del racconto. Hoyt può solo manifestarsi sporadicamente, ma ogni sua apparizione – che sia in foto o tra i boschi – è una concessione allo spettatore e a Hays (ogni commento su Mahershala Ali, fresco di secondo Oscar, sarebbe superfluo).

Hoyt è la manifestazione corporea di quel male endemico che torna sempre in True Detective. Parlarne troppo, mostrarlo troppo, lo umanizzerebbe, lo banalizzerebbe. Che sia il Re in Giallo, o i Tuttle, o Carcosa, la manifestazione finale del male rimane in una dimensione che si trova in un altrove ideale rispetto ai protagonisti che cercano di trarre un ordine dal caos. Provarci è un imperativo morale che definisce l’archetipo dell’investigatore noir nella classica città dannata, ma non è detto che ci si riesca. L’ossessione del protagonista nei confronti del caso Purcell si manifesta allora a ondate nel corso della sua esistenza, come una spinta necessaria e insopprimibile, destinata però a schiantarsi contro diversi ostacoli.

Negli anni ’80 il caso viene soppresso e una rivelazione mette in crisi il rapporto tra Wayne e Amelia, negli anni ’90 la minaccia pone fine alle ricerche, chi doveva morire è morto, chi è ancora vivo si tiene stretto ciò che ha. Oppure si punisce, come Roland West (un preziosissimo Stephen Dorff), che si condanna ad una vita di solitudine e familiarizza con il primo dei cani che avrà. Rimane il presente, un 2015 che ha il sapore dell’ultima occasione, per rimediare agli errori del passato, per trovare un senso ad una vita intera. Wayne e Roland trovano il collegamento con l’uomo da un occhio solo, Watts, che fa luce sul mistero dei giovani Purcell. Per quel che vale.

Sì, capiamo meglio cosa è successo, chi viveva nel castello rosa, perché questo velo di silenzio, perché l’ostilità di Julie. Ma tutto assume i contorni di una soluzione tardiva, che non può più né salvare né punire nessuno. Watts rimarrà da solo a dannarsi ancora una volta per i propri silenzi, mentre i due anziani protagonisti torneranno alle loro vite. Quel che è stato è stato. Qui la scrittura prepara allora il terreno per un colpo di scena, che a sua volta viene annullato nell’esecuzione. Forse Julie non è morta, forse l’ultimo barlume della sua purezza è stato preservato dagli occhi avidi del mondo, forse la storia è proseguita altrove. Se nel mondo di True Detective la dannazione eterna appare all’improvviso, così fa la salvezza.

Ed è così che Wayne Hays, uomo tra gli uomini, arriva alle porte della soluzione che ha cercato per tutta la vita. E lì si arresta, ormai incapace di vedere. Il figlio lo ritrova, Hays torna a casa, indulge in ricordi perduti che lo trascinano lontano, “barca contro corrente, risospinto senza posa nel passato”. Finale dolce amaro, ma in linea con quel che True Detective è stato in questa stagione. I vuoti narrativi rimangono, riempirli non sarebbe stato difficile, ma in fondo non ci avrebbe dato quella soddisfazione così cercata. Come il collegamento pretestuoso con la prima stagione serve a sorreggere idealmente questo universo, così il caso Purcell è solo il motore di quella che rimane una storia di mancanze e rimpianti.

Simile al protagonista di La Promessa, Hays commette la leggerezza di definirsi in base ad uno scopo che è altro rispetto alle cose salienti della sua vita. Ritrovare Julie significa ritrovare Rebecca, significa ricordare perché Amelia non c’è più, significa riconciliarsi con quel giovane uomo ancora perduto nella giungla del Vietnam. Come un novello Billy Pilgrim, oscilla continuamente tra presente e passato, e sembra quasi che sia il mondo a muoversi, mentre lui rimane fermo in un punto, a contemplare tutti i suoi errori e rimpianti. Allora la chiusa finale arriva come un raggio di luce, uno dei pochi in una vita carica di ombre, con un dialogo aperto con Amelia e la promessa di una vita felice.

True Detective va in onda ogni lunedì su Sky Atlantic in lingua originale con sottotitoli alle 21.15 (e alle tre di notte fra domenica e lunedì, in contemporanea con gli USA) e il lunedì successivo nella versione doppiata in italiano.